E poi ho fatto i pancakes

Con i pancakes è stato amore al primo assaggio, era l’estate del 2001 al Pershing Square di New York (l’ho cercato ma credo non esista più, era nei pressi della Gran Central Terminal), non avevo idea di cosa fossero i buttermilk pancakes in menù, ma avevano un nome così bello che dovevano essere buoni per forza. Michael (non ricordo cosa ho fatto l’altro ieri, ma il nome di un cameriere incontrato 19 anni fa sì), mi ha chiesto se li volevo con blueberries oppure no. Il mio no è stato deciso, non volevo rischiare di rovinare quella roba dal nome paradisiaco con della frutta (niente contro la frutta, ma nella scala dei miei cibi preferiti sta piuttosto in fondo), poi è arrivata la torre che ho felicemente inondato di sciroppo d’acero e li ho amati.

Prima di rientrare in Italia avevo messo in valigia il preparato per buttermilk pancakes di Aunt Jemima per ripeterli a casa. Poi il preparato è finito e io ho iniziato a cercare la ricetta perfetta per farli a casa senza mix. Spoiler: non ci sono ancora riuscita anche se nel frattempo la moda della colazione d’oltreoceano è sbarcata nel belpaese e di ricette è pieno l’internet, con il glutine e anche senza.

Poi sono passata all’ipercoop una sera in cui ero particolarmente giù di morale, oppure stanca, oppure non lo so, fatto sta che nel reparto del senza glutine è apparsa la linea di Chef Nick, che ha i pacchetti arancio e li noti per forza, e c’era il preparato per i pancakes e io ho pensato “fanculo la ricetta perfetta con le farine naturalmente sena glutine, voglio mangiare dei pancakes veri”.

La cosa migliore di tutta questa storia che è iniziata nell’agosto del 2001, è che lo Chef Nick (che è italianissimo e se non ho capito male ha un ristorante ad Albissola) mi ha fatto mangiare i pancakes veri, che io ho felicemente inondato di sciroppo d’acero e li ho amati.

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Serie TV: Yellowstone

Ho sempre pensato che il Maine fosse un posto pericoloso, tra Cabot Cove e i romanzi di Stephen King non avevo dubbi, poi ho visto Yellowstone e ho scoperto che il Montana è peggio: picchiano, ammazzano e sono vendicativi. Parecchio vendicativi. Forse però non hanno l’apparenza tranquilla del Maine.

Scherzi a parte, ho cominciato a guardare Yellowstone per il titolo, non avevo idea di cosa fosse ma pensavo fosse ambientata nel parco meta potenziale di uno dei miei prossimi viaggi. Mi sbagliavo (bis): ambientata alle porte del National Park, del parco nemmeno l’ombra, ma la fotografia ti fa venir voglia di trasferirti nel bel mezzo al nulla. Botte e omicidi a parte, s’intende.

Credo che si possa definire un western moderno, con un John Dutton (un Kevin Costner parecchio ingrassato – Kevin, per me sarai sempre quello di Un mondo perfetto – ) che se ne va in giro in elicottero per il suo ranch grande come l’Italia impartendo ordini alla propria famiglia, dipendenti, politici, forze dell’ordine e a chiunque gli capiti a tiro.

Non so bene cosa pensare di John Dutton, credo una roba a metà tra la paura e l’ammirazione, del resto si sa che il lato oscuro ha sempre un certo fascino. E mi sfugge qualcosa sui suoi figli, così a occhio c’è qualcosa che non ci hanno ancora raccontato.

Perchè mi piace:

  1. La fotografia. Quei luoghi mi fanno sognare.
  2. La campagna americana. Io quando vedo montagne, prati sconfinati, fiumi e laghi non resisto.
  3. La casa di John Dutton. Io vorrei andarci in vacanza, anche se non ho ancora capito i prezzi del Chief Joseph Ranch (attualmente sono chiusi, for filming)

Personaggio preferito:

  1. Beth Dutton. Figlia di John, quella di cui lui si fida di più. Fredda, calcolatrice, forse spietata. Ma in fondo ha il cuore di panna.

Tre giorni nelle Langhe

L’week end nella Langhe era in wish-list da un po’ ma, per un motivo o per l’altro, pareva non essere mai il momento giusto. Poi le ferie inaspettate di agosto, un paio di smartbox che altrimenti scadono ed ecco le Langhe, con qualche deviazione.

Arriviamo ad Asti in una tranquilla e calda mattina d’agosto. Già addobbato per il palio che si terrà un paio di settimane più tardi, il centro ci sorprende con la Cattedrale di Santa Maria Assunta, la colleggiata di San Secondo e le sue torri.

Asti

Terminiamo il giro con il pranzo al ristorante Campanarò, al numero uno secondo tripadvisor ma soprattutto il primo posto dove alla domanda “sono celiaca, cosa posso mangiare?” mi hanno risposto “tutto”. Ho scelto l’uovo in cocotte al tartufo nero e tagliatelle alla carbonara di zucchine.

Si riparte direzione Barbaresco. Che tra i vini della zona ho scoperto essere il mio preferito. Il paese è piccolissimo, una via principale dove si susseguono cantine e wine bar che termina con la torre, dall’alto si domina il paese e le colline circostanti.

Barbaresco

E poi Neive, considerato una dei borghi più belli d’Italia, ha degli angoli deliziosi, viuzze medievali e si, anche qui vigneti e wine bar.

Neive

Ci dirigiamo verso Cessole, che difficilmente troverete tra le cose da fare se digitate su Google “cosa fare nelle Langhe”, però è un piccolo gioiellino.
Il borgo antico svetta con la Chiesa parrocchiale, che in realtà sono due: Nostra Signora Assunta e la Chiesa dei Battuti. Se siete fortunati incontrerete Don Pierino che vi farà una lezione di storia ben mescolata con aneddoti e qualche barzelletta. Se non lo trovate chiamatelo, il numero di cellulare è sulla porta della Chiesa.

Chiesa parrocchiale di Cessole

L’Agriturismo Tenuta Antica è il sogno di tanti che vogliono cambiare vita, un casale ristrutturato immerso nelle vigne, una sorta di paradiso fatto di quiete, uva e nocciole. Qui è dove ho scoperto che il Barbera non è solo quello che mio nonno travasava dalle damigiane ai bottiglioni, ma un ottimo vino. L’uva e il vino sono certificati biologici, la passione di MariaPia nel raccontare l’ecosistema che si sta ricreando fa pensare che ci sia una speranza. La mattina ho trovato un ospite nella mia borsa: un ghiro piccolissimo tutto tremante. Non avevo mai visto un ghiro, ma la campagna é anche questa cosa qui.

La cucina è onesta, casalinga e raggiunge il suo apice con la torta di farina di nocciole e la nutella fatta in casa. Menzione speciale anche per le composte e marmellate che si trovano a colazione.
Sono certificati aic e ho scoperto che la asl di Asti ha insistito parecchio sulla celiachia. Grazie Asl di Asti, sarai per sempre nel mio cuore.

Langhe significa “dolci colline” e con l’itinerario del secondo giorno pensiamo che mai nome fu più azzeccato: una serie di borghi medievali dominano le colline tappezzate di vigneti.

Nel medioevo le città erano i castelli e tra le viuzze di Serralunga d’Alba pare di tornare nel medioevo.

Serralunga d’Alba

Monforte D’Alba ha un cuore antico arroccato sulla collina che domina la parte più moderna.

Monforte D'Alba
Monforte d’Alba

Barolo, nel castello, ha un museo del vino. Non siamo tipi da museo, però siamo tipi da vino. E il museo è bello, interattivo e giocoso, in più termina con la degustazione di sua maestà il Barolo (ma io preferisco il barbaresco)

Barolo

La Morra pare starsene lì, a controllare le colline del Barolo.

La Morra

E il castello di Grinzane Cavour, che purtroppo troviamo chiuso.

Grinzane Cavour

La sera ceniamo alla Trattoria nelle Vigne, che è un posto con menù a prezzo fisso dove ti riempiono di cibo: agli antipasti stavo già scoppiando e non sono riuscita a finire il primo. Però io vorrei dire che questo è il posto dove il barbaresco è diventato il mio vino rosso preferito che con le acciughe in salsa di nocciole era una cosa super goduriosa.

Chiudiamo la zona con una mattina in giro per Alba, in zona pianeggiante circondata da colline sulle rive del Tanaro, famosa per il tartufo non riesce a sorprenderci.

Giro della vigna

Arriviamo a Nizza Monferrato verso l’ora di pranzo di una caldissima giornata d’agosto, il centro è semi deserto e nella via principale si susseguono negozi dalle insegne bellissime.

Nizza Monferrato

Ad Acqui Terme ci rilassiamo con un massaggio in hotel, prima di addentrarci nelle viuzze in ciottolato della cittadina che portano alla fontana della bollente: un tempio ottagonale con una sorgente di acqua salso-bromo-iodica che sgorga naturalmente a 74°C.

Acqui Terme

Siamo arrivati alla fine di questo road-trip piemontese (si può dire road trip se non si è su suolo statunitente?), una tappa a Casale Monferrato e una ad Alessandria prima di tornare a casa completano questa inaspettata vacanza.

La sfida del panettone

Quando mi hanno diagnosticato la celiachia le prime due cose che ho googlato sono state:
1. Safari Tanzania senza glutine
2. Panettone artigianale senza glutine

Tranquillizzata dalle risposte sono partita per qualche giorno di mare a godermi la mia ultima settimana in compagnia del glutine. Si, ho googlato il panettone a fine giugno, che io non sono una fan del Natale, ma del dolce per eccellenza si.

Arrivati a dicembre, mentre telefonavo alla Pasticceria Veneto di Iginio Massari per ordinare i panettoni per il resto della famiglia (nota: da noi si mangia tutti uguale, quindi se ci sono io tutti mangiano senza glutine ma mai nella vita mi sognerei di privare qualcuno del panettone buono a Natale), ho pensato anche al mio.

Il primo l’ho ordinato in una pasticceria che esiste da una vita con laboratorio dedicato. Pensavo di andare sul sicuro perchè i pasticcini sono eccezionali e la mancanza del glutine non si sente, ne per consistenza ne per sapore. Ho aperto il mio panettone da mezzo Kg (perché sia mai fare una roba grande normale) piena di aspettativa e speranza ma… era poverino: non uno zucchero o mandorla a copertura, canditi e uvetta ridotti al minimo e colore un po’ chiarino. L’ho definito “tortoso”, una buona torta per fare colazione ma il panettone é un’altra roba.

Sono corsa a provare quello di un’altra pasticceria, in un posto dove ho trovato una delle migliori brioche alla crema mai mangiate e la focaccia impossibile da distinguere da una glutinosa (il sapore della roba normale lo ricordo ancora benissimo). Il panettone però era un no: il colore era giusto, la copertura anche, ma c’era un sapore di fondo a non convincermi.

Ho passato il Natale con dei panettoni buoni, ma non soddisfacenti. Che già non è una festa che amo, se mi togli pure quello…

Il 31 dicembre a Brescia mi sono fermata da Papilla. Ne avevo letto sul blog di Valeria gluten free e ho fatto tappa per una merenda. All’ingresso c’erano esposti dei panettoni ed erano invitanti.
Il signore alla cassa (non so se uno dei proprietari o un dipendente) era certo che il loro sarebbe stato vincente. “Poi mi dirai” ha ripetuto più volte.

Non era da 500grammi, nemmeno da 1kg, ma più grande della media e questo è il primo punto a favore. La copertura aveva tutto lo zucchero e le mandorle che doveva avere, il colore era giallo al punto giusto, non mancava nulla e il sapore era quello di un panettone. Anzi, di un panettone artigianale buono.
Ho pagato 25€ per 650grammi (credo fosse un wannabe 750) ma era estremamente buono. Il 3 gennaio era finito. Ed è così che Papilla ha salvato il mio spirito natalizio.

PS. Non ho foto del panettone di Papilla, non hanno (o non ho trovato) un account instagram e io non fotografo cibo.

Musical: Singin’ in the rain

Che i musical mi piacciono l’ho già detto, difficilmente mi perdo quello del Nazionale, quest anno Singin’ in the rain non ha deluso. Anzi.

La storia è quella del film del 1952: siamo negli anni ’20 e Hollywood sta cambiando, arriva il sonoro nei film! Don Lockwood e Lina Lamont, due amatissimi del muto, devono fare i conti con la tecnologia ma lei, oltre a non saper recitare, ha una voce terribile.

Le due ore e mezza di spettacolo passano in un lampo, tra una canzone e un ballo al ritmo di tip tap, una risata e la pioggia. Se per Mary Poppins avevano sventrato il teatro per cambiare piano alla casa, stavolta vediamo piovere sul palco.

Nel mezzo la storia d’amore che tutti conosciamo e Singin’ in the rain, che emoziona sempre e ti trovi a canticchiarla per giorni.

Personaggi preferiti:

Cosmo Brown (Mauro Simone). Strepitoso è l’unica parola che mi viene per descrivere il personaggio.

Lina Lamont (Martina Lunghi). Gli attori bravi li abbiamo anche in Italia, lei ne è la dimostrazione.

Rifugio Brunone: quando la montagna ti presenta il conto

Il sito del cai recita:

Il rifugio Baroni al Brunone è uno dei più alti rifugi delle Orobie (a quota 2297 m) e sicuramente il più faticoso da raggiungere. Per questo al Brunone si incontrano solo i veri appassionati della montagna, montagna che, tra l’altro, in questi luoghi è particolarmente selvaggia.

Sentiero 227: Fiumenero – Rifugio Brunone

Arriviamo a Fiumenero e imbocchiamo il sentiero 227 che ci porterà al Brunone. Il cai dice che ci vogliono 4 ore, il cartello 3.30/4.

Ammetto di essere un po’ preoccupata, so di non aver mai fatto un’escursione così, ma ormai ci siamo, non resta che camminare.

Iniziamo in mezzo al bosco, il sentiero sale costantemente regalando panorami mozzafiato: prati verdissimi, pareti di roccia stagliate su un cielo azzurrissimo e cascate con arcobaleni colorati.

Sentiero 227: Fiumenero – Rifugio Brunone

Ad un certo punto ricordo di aver guardato l’orologio e pensato “il percorso dovrebbe essere da 7km e qualcosa, sono a 4 e mezzo e non c’è stato nulla di distruttivo. Il sentiero sale costante, abbiamo attraversato un torrente, ma nella norma.”

Poi è iniziata la salita, quella vera: la pendenza è aumentata, il torrente da guadare aveva le catene di sicurezza, in alcuni punti abbiam dovuto aiutarci con le mani per salire.

Sentiero 227: Fiumenero – Rifugio Brunone

In poco più di 3 ore e mezza siamo su e io sono felice. Ehi, sono arrivata al Brunone e diciamolo, è il sentiero più bello che io abbia mai fatto, tutte quelle cascate sono state una gioia per gli occhi.

Però ha cominciato a piovere e allora abbiamo mangiato velocemente per evitare la pioggia forte sul primo tratto, quello dei roccioni in verticale.

Sentiero 227: Fiumenero – Rifugio Brunone

Ripartiamo dal rifugio e dopo 200metri torno su di corsa, ho dimenticato il cellulare. Nel frattempo la pioggia diventa battente, il k-way da running non tiene (mi serve un guscio in gore tex, mi pare chiaro), arrivo alla fine del tratto più impegnativo sfinita, con una contrattura al quadricipite sinistro.

L’avevo già detto che io soffro la discesa, vero? Solo perché non avevo idea di quanto potessi soffrire la discesa su pietre bagnate.

Proseguo a rilento, cado due volte, la prima mi taglio ad una gamba, la seconda picchio il sedere. Me ne frego di saltare da una roccia all’altra nei guadi, tanto son già fradicia, entro con i piedi e l’acqua che ormai mi arriva a mezza gamba.

Ad un certo punto vedo il cartello che indica Fiumenero, dice 30 minuti. Anche in andata ci voleva li stesso tempo, ma in salita ho impiegato 20 minuti, così a occhio ci metterò un’ora a scendere. Ed è lì che crollo: mi siedo per terra e dico basta, io mi fermo, accetto l’idea di venire sbranata da un animale selvatico e resto lì.

Con non so quale riserva di energie, lacrime agli occhi, cerco di ripartire. Ho le gambe inchiodate, vedo mio marito che inizia a correre come un pazzo, vedo una jeep che stava salendo fare inversione, vedo la jeep fermarsi e penso “sono salva”.

Dario, taglialegna di Ardesio, è il mio angelo: in 10 minuti adrenalinici ci porta giù, specificando che no, non ci sono animali selvatici pronti a sbranarmi.

Non so quale sia stato l’errore: forse la fermata troppo breve per pranzo, forse quei 200metri corsi in salita, forse dovevo usare le bacchette (le odio) o forse, semplicemente, non ero pronta e la montagna non perdona.

Questa è la storia di un fallimento a metà, ci ho messo 5 giorni a riprendermi completamente, un po’ di rabbia ma si impara, ci rivediamo Brunone, che ti credi.

Alla corte di Re Artù, ma sulle Orobie

— Da Valbondione al Rifugio Barbellino (sentiero 305+308) —

Un paio d’anni fa il sentiero che da Valbondione porta al Rifugio Curò, per qualche motivo, l’ho sofferto tantissimo: non è particolarmente impegnativo, ma è lungo. Non ho capito di dover ripercorrere la stessa strada finché non siamo arrivati a Valbondione.

Valbondione, base di partenza di parecchie escursioni, è un paese molto carino in Val Seriana, con case in pietra e legno e qualche gallina pelosa che gira beata tra i giardini.

Da Valbondione al Rifugio Barbellino – Sentieri 305 & 308

Il sentiero 305 parte dalla frazione Beltrame di Valbondione ma trovare parcheggio a ferragosto è impossibile. Allunghiamo la strada di circa un chilometro e parcheggiamo vicino al campo sportivo. Scegliamo di fare un quarto d’ora di strada asfaltata fino a raggiungere la località Grumetti, entriamo nel bosco più fitto, con un’afa da foresta tropicale e saliamo, in 15 minuti circa ci ricongiugiamo al sentiero 305 che continua nel bosco, ma su una strada più larga. Ogni tanto la vegetazione si apre e regala la vista sulle cascate del Serio che aprono ogni anno, una volta al mese, da giugno a ottobre.

Usciti del bosco si può scegliere se proseguire il sentiero panoramico o deviare per il 305a, direttissima. Che non mi pare il caso di spiegarne il nome, ma non ho mai visto nessuno percorrerlo. Ovviamente scegliamo il primo con vista sulla valle sottostante.

Valbondione - Val Seriana
Vista su Valbondione

Proseguendo, più ci si avvicina al rifugio Curò, più si trovano trail runner fortissimi e velocissimi che si allenano, insieme a qualche pazzo in mountain bike.

Lago del Barbellino
Lago del Barbellino

In un paio d’ore siamo al rifugio Curò, superiamo il lago turchese e proseguiamo per il lago del Barbellino naturale sul sentiero 308, che raggiungiamo in un’oretta, anche se mentre saliamo dobbiamo cedere il passo.

Una delle cose che amo della montagna è mangiare al rifugio, dopo ore di cammino in salita un bel pranzo mi pare il minimo, sono celiaca da poco più di un mese ma non mi sono preoccupata troppo, la polenta é come l’alcool: gluten free. Entrare al Barbellino è stato estremamente piacevole, fuori si gelava e la sensazione è simile al rientro a casa in una fredda giornata invernale; l’opzione pasta senza glutine li ha eletti a mio rifugio orobico preferito. Pasta con zola e noci, polenta e formaggio, genepì offerto dalla casa e si riparte.

Lago del Barbellino Naturale
Lago del Barbellino Naturale

Abbandoniamo il lago naturale del Barbellino e cominciamo la discesa. Attraversiamo i torrenti con i ponticelli in legno e saltiamo da un sasso all’altro in quelli più piccoli.

Vicino al Curò ci fermiamo per una foto ad Excalibur delle Orobie, che non è l’Excalibur originale e se la si riesce ad estrarre dalla roccia non si diventa Re d’Inghilterra, nemmeno della Val Seriana.

Excalibur - Lago del Barbellino
Excalibur delle Orobie

L’idea è di un guardiacaccia che ha voluto fare un richiamo indiretto alla leggenda delle Cascate del Serio:

“C’era una volta una nobildonna, perdutamente innamorata di un giovane pastore. Il ragazzo respinse la corte della dama, poiché già innamorato di una ragazza di umili origini. Dominata dalla frustrazione e dalla gelosia, la nobildonna fece rinchiudere la rivale in amore nelle buie carceri del suo castello, che sorgeva su una rupe tra le alture del Barbellino.
La povera prigioniera, disperata, pianse così tanto che le lacrime formarono un ruscello, le cui diramazioni divennero impetuosi torrenti che travolsero ogni cosa, facendo franare il castello della perfida dama e modificando per sempre l’ambiente circostante. Il fiume di lacrime precipitò dalla cima del monte, formando il triplice salto delle cascate del Serio, oggi gioia per gli occhi di migliaia di escursionisti.”

Copiato pari pari da qui
Tra mito e magia, ecco la leggenda delle splendide Cascate del Serio

Io non amo le discese, non sono capace di lasciare andare le gambe e non so se imparerò mai, guardando i miei percorsi hiking la differenza tra il tempo di percorrenza di saita e discesa è sempre minima, ma dopo 25 km e 1250 metri di dislivello, eccoci di nuovo in paese. La prossima volta magari andiamo ancora un pochino più su.

America the beautiful

Erano gli ultimi mesi del 2018 quando ho mandato un messaggio a mio marito: “Secondo me, nel 2019, ci meritiamo un bel viaggio” e lui ha risposto: “mi sa che hai ragione” .

Ho una mappa su maps, in costante aggiornamento, con i luoghi che vorrei visitare, ci sono posti vicinissimi e destinazioni esotiche, in questo caso la scelta era tra Canada e Parchi degli States, ha vinto il west.

Come da abitudine abbiamo costruito la bozza del nostro road trip: letto un sacco, selezionato i punti di interesse, prenotato i voli, gli hotel e tutto il resto.

Organizzare e capire le distanze

Poi è arrivato il 4 maggio e siamo partiti. Sapevo che sarebbe stato bello, la realtà però è andata ben oltre le aspettative e, anche in questo caso, non sono in grado di scegliere cosa mi sia piaciuto di più: ad ogni curva un panorama diverso, un chilometro più sorprendente dell’altro.

Giorni: 4-19 Maggio 2019
Km percorsi: 3919
Fotografie scattate: 2880 + quelle con gli smartphone (ma tanto non rendono)
Minuti di video girati: non lo sapremo mai perchè ne ho persi un po’ nel passaggio tablet – hard disk…


Le tappe:

Due giorni a San Francisco
On the road: Yosemite NP
Sequoia NP
Death Valley
Valley of Fire, UT9 e un rodeo
Bryce Canyon NP
Lo Utah è uno Stato meraviglioso: Scenic Byway 12
Arches NP
Monument Valley
Horseshoe Bend
Lower Antelope Canyon
Grand Canyon NP
Las Vegas


Due giorni a San Francisco

Arriviamo a San Francisco, con volo diretto Air Italy, distrutti dalle tante ore di volo, prendiamo la Bart verso il centro e, dalla stazione al nostro hotel ci sono tre minuti a piedi: in salita! Non ricordo molto di quel giorno, sono abbastanza certa di essere crollata appena dopo la doccia! Però in aeroporto sono stata chiamata, insieme ad altre 5 persone, per un controllo random, che è stata una cosa buona perchè ho preso il bus in anticipo, con quelli della business, mentre gli altri aspettavano due ritardatari su un pulmino strapieno.

La salita che pareva impossibile

Giorno 1

Ci svegliamo di buon ora e, dopo colazione, partiamo alla scoperta di Frisco: cominciamo con China Town, la più grande comunità cinese fuori dall’Asia, che dorme ancora (più che normale, vista l’ora)

China Town

proseguiamo con la famosissima collina di Lombard Street, già piena di turisti

Lombard Street

una passeggiata al Fisherman’s Wharf fino al Pier 39 a salutare i leoni marini e un panino al granchio per pranzo

Leone marino al Pier 39

saliamo i Greenwich steps e arriviamo a Telegraph Hill, dove l’ascensore della Coit Tower è rotto quindi paghiamo 9 dollari per fare altre scale

Financial District dalla Coit Tower

un giro sul tram, che qui si chiama cable car, a fine corsa lo girano a mano e costa 7 dollari one way, che gli americani si sanno far pagare

Cable Car

torniamo per il Financial District, che sono gli unici grattacieli che si vedono a San Francisco, per il resto case basse e colorate.

Giorno 2

Il giorno in cui ho aperto il sito di Alcatraz non dava disponibilità per il 6 maggio, le vendite erano aperte solo da qualche giorno e, anche se so che alcuni biglietti svaniscono in un lampo, mi pareva eccessivo. In realtà avevano problemi al sistema ed era impossibile completare le prenotazioni fino al 9 maggio, mi avrebbero mandato una mail non appena tutto sarebbe tornato nella norma. Il 12 marzo è arrivata una mail dove dicevano che alcuni orari erano in vendita, ho preso quello delle 9.30 al volo.

Alcatraz Island

Alle 9 del 6 maggio eravamo al Pier 33, in fila per salire sulla barca che ci avrebbe portato a visitare la prigione più famosa del mondo.. All’arrivo un ranger spiegava l’isola e ci dava alcune informazioni, nel carcere l’audioguida ci faceva spostare da un punto all’altro.

Alcatraz federal prison

L’unica cosa che riuscivo a pensare è a quanto fosse disumano.

Ritorniamo a San Francisco e, dopo pranzo, noleggiamo le biciclette direzione Golden Gate Bridge che credo non abbia bisogno di presentazioni.

Golden Gate Bridge

On the road: Yosemite National Park

Ritiriamo l’auto prenotata, una Jeep Compass 4×4 Trailhawk, praticamente la panda statunitense, che in pochi minuti diventerà “il mezzo”. Usciamo da San Francisco e finalmente comincia il nostro road trip per i parchi americani, prima tappa: Yosemite National Park.

Arriviamo in circa tre ore, acquistiamo il pass annuale e, dopo sole due curve ci fermiamo per le prime foto poi, davanti a noi, El Capitan.

El Capitan

Prendiamo confidenza con il parco con una camminata al Mirror Lake, dove incontriamo un cerbiatto e poi un giro alle Lower Yosemite Falls, che non sono riuscita a fotografare decentemente perchè gli schizzi mi bagnavano l’obiettivo.

Mirror Lake
Deer

Vista la poraccitudine tutti i nostri motel sono fuori dai parchi, in questo caso a Mariposa, che è tipo a 45 minuti di strada e, come buona parte dei paesini americani che imparerò ad amare, oltre alla main street c’è ben poco… però ci terrei a segnalare il favoloso black angus di Charles Street Dinner House , che ho divorato felicemente.

Sveglia all’alba e, prima delle 8, siamo già sul nostro sentiero “strenuos”: Vernan & Nevada falls, andata dal Mist trail e ritorno dal John Muir trail.

Il percorso all’inizio è molto semplice, diventa più impegnativo vicino alla cascata quando bisogna salire dei gradini mentre ci si inzuppa completamente, ma ne vale la pena.

Top of Vernan Falls

Proseguiamo per il top of Nevada falls dove il paesaggio e la sensazione di libertà sono impareggiabili.

Nevada Falls, Liberty Cap & Half Dome

Al ritorno passiamo sotto una cascatella con i piedi completamente immersi nell’acqua gelida, “it’s crazy!” ci hanno detto due escursionisti che abbiamo incrociato, però abbiamo riso un sacco.

Arrivati alla partenza capiamo che alzarci all’alba è stata la scelta giusta: c’è un sacco di gente, non so quanti arriveranno in cima, dalle scarpe direi davvero pochi, ma la tranquillità e il silenzio della mattina sembrano un lontano ricordo.

Ci tengo a fare una menzione per le definizioni americane, strenuos per un sentiero che il cai definirebbe escursionistico, 4-6 ore e noi ce ne abbiamo messe 3. Negli States supero tutti, ed è bellissimo!

Sequoia National Park

Nei vari blog che ho consultato prima di partire, avevo letto di incontri con gli orsi allo Yosemite, ero prontissima, e anche un po’ spaventata, ad agitare le braccia urlando “go away bear!”. Ogni volta che prendevo la macchina fotografica ero in dubbio tra il grandangolo e uno zoom che “sia mai io veda un orso ma un po’ lontano, mio nipotino impazzirebbe”. Inutile dire che allo Yosemite non ho incontrato nemmeno un orso.
Spesso però gli avvistamenti sono al Sequoia e, un’altra volta, ero pronta. Ma anche qui niente, solo cerbiatti e scoiattoli.

La tappa del Sequoia National Park non era nei nostri piani ma a maggio il Tioga Pass è ancora chiuso, quindi abbiamo modificato l’itinerario e aggiunto questo parco.

Sequoie giganti

A me il General Shermann Tree, l’albero più grande del pianeta e vera star del parco, non ha impressionato. Ho preferito Mr President sul Congress Trail, che è grande comunque ma se la tira meno e ci si può avvicinare.

The President and I, che cerco di prendere la sua energia

Ci mettiamo in strada direzione Death Valley con una piccola deviazione per Lake Isabella. Avevamo prenotato Bakersfield, poi abbiamo aperto la cartina, visto un lago ai margini della Sequoia National Forest e scelto di andare in mezzo al nulla.
Arriviamo a questo lago che è chiaramente un luogo di villeggiatura, al momento c’è solo qualche camper parcheggiato, ma il nostro motel è pieno.

Chissà come, nonostante tutta quell’acqua, il paesaggio intorno è secco, la mia logica dice che dovrebbe esserci del verde, invece niente.

La receptionist del motel ci consiglia per la cena: possiamo scegliere tra un messicano che chiude alle 20 o un ristorante che chiude alle 20.30, scegliamo il secondo che si presenta alla grande con delle enormi vetrate vista lago.
Forte del “il miglior barramundi l’ho mangiato nel deserto” ho ordinato l’halibut, non avevo mai mangiato un halibut, ma sono convinta di poterne trovare di migliori. L’aglio dell’insalata l’ho digerito all’una di notte, quando mi sono svegliata per un tuono: pioveva talmente tanto e noi eravamo in un motel di dubbia tenuta, che mi sono alzata a controllare che non fossero scappati tutti e fossimo rimasti da soli ad annegare. C’erano tutti, qualcuno aveva anche la jeep senza capote ed ero davvero dispiaciuta per loro.

Finalmente una colazione come si deve da Red Rooster, un tipico cafè americano dove ordiniamo caffè e pancake prima che, su un pick-up Ford, arrivi Becky, una signora con i capelli bianchi che saluta tutti per nome e fa colazione con del Te ghiacciato (che stomaco!).

Death Valley

Quanti giornate di pioggia ci sono nella Death Valley all’anno? Non lo so, anche se so che è più piovosa degli altri deserti. In ogni caso uno l’abbiamo trovato noi e, il giorno in cui sono stata nel posto più caldo del pianeta, la mattina avevo la felpa (ma poi si è aperto).

Cominciamo il giro da Mesquite flats and sands e non ci facciamo mancare una passeggiata sulle dune di sabbia, la cosa buona è che con il caldo atroce non avremmo potuto farlo. E’ divertentissimo e guardandosi intorno si vedono sabbia e dune, che è un po’ quello che ci si aspetta in un deserto africano, mica in America.

Mesquite flats and sands

Proseguiamo con Badwater Basin e, nel nostro caso, possiamo camminare ben oltre il limite oltre il quale è pericoloso, ma non sono asciutte e l’effetto è meno scenico del previsto. Qui siamo a 86 metri sotto il livello del mare, che se ci pensi è incredibile e ti chiedi anche come sia possibile.

Badwater Basin

Artist palette é dove ho capito che io, della Death Valley, non sapevo proprio nulla. Per qualche motivo mi aspettavo un deserto monocolore, invece ho trovato un sacco di colori.

Ci fermiamo per pranzo e facciamo due passi nel Golden Canyon prima di dirigerci al famosissimo Zabriskie Point, che pare un paesaggio alieno ma in realtà una volta c’era un lago

Zabriskie Point

e infine a Dante’s view, che non saprei da che parte iniziare a descrivere, come si può trasmettere la forza della natura?

Dante’s View dove si vede Badwater Basin che, dall’alto, rende un sacco di più

Finiamo la giornata superando il confine con il Nevada e, solo un miglio dopo, il nostro hotel: un casinò in mezzo al nulla che pare una cattedrale nel deserto. Ed è esattamente quello che ti aspetti da un casinò in mezzo al nulla: gente che passa la notte con gli occhi fissi sulle slot e un bicchiere in mano.

Valley of Fire, UT-9 e un rodeo

Partiamo per Bryce subito dopo colazione, che la strada è lunga, ma abbiamo imparato che le strade ti stupiscono continuamemte. Superata Las Vegas, e già sull’interstatale I15, prendiamo la direzione Valley of Fire State Park, attraversiamo il parco con la Valley of Fire Highway, che ci permetterà di uscire da est, fermandoci agli overlook per qualche foto. Qui abbiamo il primo incontro con le rocce rosse che tante volte abbiamo visto nei film.Il rosso verde del deserto a contrasto con il cielo super blu emoziona tantissimo. Li aspettavamo questi colori, ed eccoli qui.

Valley of Fire

Dopo il pranzo a St. George, un posto assurdo attraversato dalla I15 con un sacco di uscite per food/gas/lodge, come un grande centro commerciale specializzato in servizi sulla strada, abbiamo la seconda deviazione, la scenic drive UT-9.

Inizialmente lo Zion National Park era nel nostro itinerario, abbiamo scelto di escluderlo quando abbiamo capito di essere un po’ tirati, poi abbiamo scoperto che potevamo passarci allungando la strada di solo una mezz’oretta, quindi non ci siamo fatti mancare la Zion-Mt. Carmel Highway UT9, che attraversa il parco da Springdale a Mt. Carmel Junction, ed è stata un’ottima scelta.

Zion national park

Proseguiamo in direzione Panguitch, una strada piena di ranches, prati verdissimi e black angus inconsapevoli, l’America delle sit-com che ci hanno tenuto compagnia quando i canali tv erano pochi. Arrivati al motel scopriamo che alla Triple C Arena ci sarà un rodeo.

“Are you here for rodeo?” Ci chiedono le signore sorridenti e urlanti all’ingresso

Rodeo

Finiamo la serata al Cowboy’s smokehouse, a parimerito con Charles di Mariposa per il black angus migliore

Bryce Canyon NP

Anche per la colazione seguiamo i consigli e andiamo al Flying, potevamo anche andare a caso, la domenica mattina è l’unico cafè aperto ma qui ho trovato il caffè più buono del viaggio, credo di averne bevute almeno tre tazze, forse quattro (questo diritto degli americani al caffè è interessante comunque) e la cameriera mi ha fatto ordinare pancakes più piccoli perchè erano davvero enormi.

Lasciamo Panguitch un po’ a malincuore, per qualche motivo ho amato particolarmente quella piccola cittadina nel cuore dello Utah. Ho già detto che lo Utah è uno Stato meraviglioso?

A Bryce prendiamo la scenic drive e, quando arriviamo al primo overlook, il sunrise point, davanti a noi si apre l’anfiteatro. Per un attimo rimango senza fiato: una sensazione simile a quella vissuta ai Twelve apostles in Australia, un po’ meno forte forse ma comunque potente (non so se sia ripetibile una sensazione simile),

Bryce Canyon amphiteatre

proseguiamo a piedi fino al sunset point con l’intenzione di fare Navajo loop trail, che però è chiuso, e ripieghiamo sul Queen’s garden trail.

Queen’s garden trail

Di ritorno continuiamo la scenic drive e ci fermiamo nei diversi overlook.

Natural bridge

Lo Utah è uno Stato meraviglioso: Scenic Byway 12

Considerata una tra le strade più belle del mondo, partiamo in direzione Moab scegliendo la via più lunga, la Scenic Byway UT 12, dove si alternano canyon rosso fuoco, rocce color crema, verdi pascoli e foreste innevate a 3000 metri.

Scenic Byway UT12

Io non fatico a capire perchè è considerata tra le strade più belle del pianeta, è un susseguirsi di paesaggi diversi, cime innevate, strade a strapiombo sul nulla, pascoli e ranches (e qualche temerario ciclista).

UT24

Arches NP

Arches National Park è famoso per i suoi archi di arenaria, ne ha più di 2000 e io avevo immaginato una deserto rosso pieno di archi, non è proprio così. Che non significa meno bello, semplicemente completamente diverso da quello che pensavo.
Entriamo nel parco in una caldissima mattina di sole e ci dirigiamo subito al Delicate Arch, sul sentiero c’è già parecchia gente nonostante sia presto. Tra andata e ritorno serve un’oretta abbondante, foto incluse (loro dicono due ore e mezza, ma esagerano, as usual).

Delicate Arch

La seconda tappa è il Double O Arch. Gli archi in se non impressionano ma merita assolutamente il percorso per arrivarci, sconsigliato a chi soffre di vertigini.

Double O arch
Double O Arch trail

A fine giornata si riparte, direzione Monticello, per una volta il viaggio dura solo un’oretta. Dopo due giorni di miglia e miglia abbiamo scelto di fermarci “in direzione di” e rilassarci un pochino (leggi: crollare prima delle 22). Per cena costine glassate. Fatico a immaginare qualcosa di più americano di queste Steakhouse rumorose in questi micro paesi.

Monument Valley

Quando arrivi nella Monument Valley ti pare già di conoscerla e ti aspetti Clint Eastwood con il cappello da Cow Boy.
Paghiamo i 20$ di ingresso ed entriamo nella Scenic Valley drive.
Avevo letto opinioni contrastanti sulla fattibilità di quella strada in autonomia e, proprio per questo, abbiamo scelto un piccolo suv.
In realtà è fattibile anche con una berlina, servirà sicuramente un po’ di attenzione in più, qui “il mezzo”, con il 4×4 attivato, ha dato il meglio di se.

US 163
Artist Point Overlook

Horseshoe Bend

L’horsehoe band è un punto panoramico a strapiombo sul colorado river, dove il fiume fa un’enorme curva a forma di ferro di cavallo.

Horseshoe bend

Quando dico strapiombo intendo 300metri in verticale (no, la foto non rende, nessuna foto rende), vorrei stringere la mano a tutte le persone che, per il selfie perfetto, si mettono sul bordo gambe a penzoloni, io faccio parte di quelli che se ne sta un passo indietro, tanto mica li so fare i selfie. Mi sono lanciata con un paracadute da 4000 metri e ho provato il parapendio senza problemi, ma lì avevo i brividi, un po’ come allo skydeck della Willis Tower di Chicago, ma lì c’era il plexiglas.

Lower Antelope Canyon

Ci sono due attrazioni che ho prenotato da casa: una è Alcatraz, l’altra è l’Antelope Canyon. In questo caso non è stato facile scegliere: l’Upper? il Lower? Qualche altro meno famoso? Nel primo che troviamo posto?

L’Upper Antelope Canyon è famoso per i sunlight beam, i raggi di sole che filtrano creando giochi di luce fantastici, il lower pare abbia colori migliori. Fortunatamente abbiamo scelto il lower e prenotato con Ken’s Tour, dico fortunatamente perchè nell’Upper mica c’era posto prenotando con “soli” due mesi di anticipo.

Ho visto talmente tante foto favolose dell’Antelope Canyon che ero preoccupatissima di non riuscire a far rendere i colori, ho montato il mio obiettivo più luminoso, il 24 pancake, aperto il diaframma al massimo e incrociato le dita. In realtà il posto è talmente bello che le foto usciranno spettacolari a prescindere.

Il tour dura circa un’ora, la guida vi da tutte le indicazioni sugli spot migliori per le foto e qualche tips per far risaltare i colori con lo smartphone. Se come me avete la reflex dovete arrangiarvi, del resto ci sono tour dedicati ben più costosi.

Finito il tour si riparte, è il momento di quello che forse abbiamo immaginato più volte, il Grand Canyon.

Grand Canyon

Io pensavo che il Grand Canyon fosse apparso in un sacco di film quindi ero convinta di trovarmi in un luogo che mi pareva già visto, tipo la Monument Valley. Invece no. E’ uno dei luoghi meno filmati e appare solo in Grand Canyon, del 1991 e in Into the Wild, del 2007.

Grand Canyon – South Rim

E’ un posto mozzafiato dove davanti agli occhi hai la natura in tutta la sua maestosità e non puoi far altro che sentirti microscopico.

Rimane il rimpianto di non essere scesi fino al Colorado River ma non è fattibile in giornata, abbiamo preso il South Kaibab Trail, superato l’Ohh Ahh Point, Cedar Ridge, e arrivati a Skeleton Point dove la vista sul fiume è fenomenale.

Skeleton Point

Al solito gli americani esagerano e come tempo danno 4-5 ore, noi ce ne abbiamo messe tre. Il problema è che l’andata è in discesa, mentre il ritorno…

Skeleton Point

Dopo Cedar Ridge abbiamo incontrato due ranger e ci siamo fermati a fare due chiacchiere, chiedevano la destinazione, “controllavano” l’abbigliamento e si assicuravano che le risorse idriche fossero sufficienti (ho letto cose su tripadvisor…).

Las Vegas

Ho sempre pensato all’inferno come Orio Center, poi sono stata a Las Vegas. Dopo mezza giornata ero esausta. E’ una città dove, se hai i soldi, puoi fare più o meno qualunque cosa. Il rumore è costante ed eccessivo ed è platealmente finto.

Venetian

Qualcosa mi è piaciuto, lo devo ammettere: le fontane del Bellagio e il Fish & Chips da Gordon Ramsey.

Bellagio

Abbiamo anche investito ben un dollaro in una slot, rimanendoci male perchè ci sono i pulsanti e non la leva da tirare, abbiamo vinto 8 dollari e ritirato “il bottino”.

E dopo una notte al Treasure Island hotel è arrivato il momento di ripartire, prendere il volo da Las Vegas a San Francisco e poi Milano. E’ finito un altro incredibie viaggio, io sto già pensando al prossimo.

Run around Tokyo Imperial Palace

Il 2 aprile 2017 c’è stata la maratona di Milano e, una decina di giorni prima, un amico ha comunicato “ho dei pettorali, la facciamo in staffetta?” e noi, gruppo di runner più interessati all’aperitivo che alla corsa, abbiamo accettato.

Correvo a malapena 10Km e anche lentamente, ma quel giorno ne ho corsi 12. Carichi di quella performance, che di performance non si tratta, ma abbiamo raggiunto il traguardo e a noi bastava, la settimana dopo ci siamo iscritti alla mezza maratona di Jesolo, prevista per fine maggio.

Meno di due mesi per prepararla “ma già ne ho già corsi 12, sono a buon punto” (risate di sottofondo) e, dato che qui le cose si fanno ad minchiam o non si fanno, a quei due mesi ho tolto due settimane, che avevo in programma un viaggio in Giappone.

In un moto di ottimismo sia io che mio marito abbiamo messo in valigia le scarpe da running e, per una serie di strane congiunzioni astrali, tra cui la fifa di morire nei ventunchilometriezeronovantasettemetri di Jesolo, abbiamo corso davvero.

Uno degli ultimi giorni a Tokyo, in tarda mattinata, ci siam messi pantaloncini e maglietta, infilato un ricambio e due salviettine in uno zaino e preso la metro fino alla fermata Tokyo. Una volta arrivati abbiamo lasciato tutto in un armadietto a pagamento in stazione e siamo andati a correre intorno a casa dell’imperatore.

Gli armadietti della stazione

La ciclabile, lungo circa 5Km, è uno dei percorsi running più famosi della capitale e, vista l’affluenza, non fatico a crederlo: se in partenza eravamo solo noi e qualche casalinga, con l’arrivo dell’ora di pranzo si è riempito di runner. Pare che anche il principe ereditario Naruhito corra li, magari mi ha superata ma non lo sapremo mai, dato che non so che faccia abbia.

Sul percorso ci sono anche delle fontanelle e degli attrezzi per fare degli esercizi, noi abbiam fatto due giri e, lo devo ammettere, alla fine ero anche piuttosto soddisfatta.

Due settimane in Giappone

Abbiamo scelto il Giappone perchè ci sembrava una destinazione diversa dalle nostre solite, e così è stato: la storia, la cultura, i sapori e la lingua sono quanto più di lontano da quello a cui siamo abituati.

Abbiamo volato con Alitalia, l’unica compagnia ad offrire un volo diretto Milano-Tokyo, ad aprile 2017, quando c’era uno sciopero dopo l’altro, incrociando le dita. Ci è andata bene. Oddio, al ritorno si gelava (ci siam messi dei sacchetti di plastica sui piedi) e poi si collassava, ma tutto ok.

Quello che mi porterò per sempre del Giappone è l’incredibile organizzazione: i treni hanno un ritardo medio annuale di 6 secondi; i controlli in ingresso sono rapidi ed efficienti; le persone aspettano diligentemente in fila per mangiare; prima di partire abbiamo acquistato una sim dati con consegna all’ufficio postale dell’aeroporto, al nostro arrivo la sim ci aspettava.

Tokyo
Nikko
Kamakura
Hiroshima
Miyajima
Kyoto
Nara & Fushimi Inari Taisha


Tokyo

Dopo la fila per ritirare il Japan Rail Pass prendiamo il treno che ci porta in centro e, con le indicazioni di google maps, arriviamo in hotel. La prima cosa che guardo è il water: sono super curiosa dei loro bagni tecnologici. La camera è piccola, così piccola che possiamo aprire i bagagli solo uno alla volta. Booking ce l’aveva detto, ma del resto, questa è Tokyo.

Usciamo a fare la prima conoscenza della città che ci accoglie in una grigia domenica pomeriggio, in giro c’è un sacco di gente e parecchio rumore. Per cena scegliamo di provare il ramen, facciamo la fila davanti ad un ristorante consigliato da tripadvisor, ordiniamo a caso da una vending machine con le immagini tutte uguali e il nome dei piatti in giapponese, paghiamo ed entriamo. La cucina occupa tre quarti del locale, intorno c’è il bancone dove si mangia. Finito di cenare ci si alza e si va, che fuori c’è la fila e mica ci si perde in chiacchiere. La zuppa la si mangia con le bacchette e, a parte il dubbio sull’uovo, direi che ce la siamo cavata alla grande.

Tokyo

La prima notte ci svegliamo con il suonare delle sirene e una voce che diceva qualcosa dall’altoparlante “oddio ci attaccano!”, invece no, era un’ambulanza.

Cominciamo il nostro giro per i quartieri della città da Chiyoda, una zona centrale dove vive l’imperatore. Una casettina senza pretese, tipo 23.000m2.

Tokyo Imperial Palace

Tokyo è una città gigantesca e ogni quartiere è un mondo a sè. Ginza è il quartiere del lusso, ci sono negozi di alta moda, showroom futuristici e ristoranti costosi.

Ginza

Akihabara, detta anche Electric Town è dove si trova la più alta concentrazione di negozi di elettronica del pianeta, poi ci sono multipiani di videogames e statuine di anime. Ho visto più Goku qui in pochi minuti che in anni di Dragon Ball.

Akihabara
Akihabara (Electric Town)

A Shibuya c’è l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, ha le strisce pedonali in obliquo, il verde scatta insieme per tutti i pedoni, tipo 3000 alla volta.

Shibuya crossing
L’incrocio pedonale più trafficato al mondo

Arriviamo a Ueno e pare di non essere più a Tokyo, l’immenso parco, il più grande della città, trasmette un sacco di tranquillità.

Ueno

Il mercato del pesce è un posto bellissimo: nessun sushi che io possa mangiare in Italia potrà anche solo avvicinarsi a quanto mangiato li. Ci siamo stati due volte: la prima ci siamo fermati in una bancarella improbabile dove ci si poteva sedere, abbiamo ordinato da delle fotografie e un tizio, davanti ai nostri occhi, affettava il pesce alla velocità della luce e ci ha preparato una ciotola favolosa; la seconda abbiamo assaggiato diverse cose, qui e li, da diverse bancarelle. Era buono, era tutto eccezzionale.

Il pranzo al mercato del pesce

Asakusa è il quartiere più antico di Tokyo, al tempio ho preso un omikuji che mi ha detto “regular fortune”. L’omikuji è un biglietto contenente una predizione divina, quando la risposta non piace va bruciato per scacciare la sfortuna. Credo che questo sia l’unico tempio che prevede anche la versione inglese, e figurati se io me lo potevo lasciar scappare.

Asakusa

Per mantenere i contrasti, c’è anche lo Sky Tree, la torre della televisione, dove noi non abbiamo mancato di salire perchè si gode di una splendida vista (e comunque noi saliamo sempre quando si può andare in alto).

Sky Tree
Vista dallo Sky Tree

Tokyo soffre di crisi d’indentità, è l’unica spiegazione che mi sono data per Odaiba, un’isola artificiale dove si arriva con un treno monorotaia senza autista e dove c’è la Statua della Libertà e anche l’Oktoberfest, ad aprile.

Odaiba

Tokyo è una città enorme, piena di rumore, fatta di contrasti estremi. Lo si vede passeggiando per strada dove spesso, gli stili, sono portati all’eccesso e lo si vede nei quartieri. Tokyo mi è piaciuta ma, a differenza di altre metropoli, non ci vivrei. Le mie orecchie, dopo 5 giorni, chiedevano silenzio.

Dal Government Building

Nikko

Da Tokyo, in un paio d’ore di treno, arriviamo a Nikko (città della luce e del sole), nella regione montuosa della prefettura di Tochigi, a circa 140Km dalla capitale. Nikko fa parte del patrimonio Unesco dal 1999 e comprende 103 edifici e strutture integrati nell’ambiente naturale circostante.

Shinkyo, il ponte rosso
Le tre scimmie
Santuario Toshogu

Kamakura

Solo un’oretta di treno da Tokyo e ci troviamo alla stazione di Kita-Kamakura, immersi in un paesaggio da cartone animato giapponese: tranquillità, case in legno, alberi e templi.

Scegliamo il sentiero del Daibutsu che si inerpica tra le montagne, laviamo le monete (noi, i Giapponesi le banconote) al santuario shintoita di Zeniarai-benten e arrivati al Daibutsu (il Grande Budda), non abbiamo fatto un corso per principianti (in giapponese) di zazen (meditazione da seduti), ma ci siamo sentiti molto zen lo stesso, probabilmente centra il percorso dove in alcuni punti ci siam dovuti arrampicare su improbabili radici-scalini, non propriamente in tenuta da trekking.

Il sentiero del Daibutsu

Facciamo merenda con dei cracker di polipetti pressati e per pranzo ci fermiamo in un posto molto zen a mangiare una ciotola di riso.

Ciotole di riso e cracker di polipetti

Proseguiamo con un giro sulla spiaggia di Yuigahama e il viale bordato da ciliegi che ci porta al santuario shintoista di Tsurugaoka Hachimangu, il più famoso di Kamakura, consacrato a Hachiman, divinità protettrice dei Minamoto.

La spiaggia e il Santuario di Tsurugaoka Hachimangu

Hiroshima

Ci sono dei luoghi che spezzano il cuore. Il Parco della Pace è uno di questi. Davanti alla statua di Sadako Sasaki (bambina morta di leucemia che ha passato gli ultimi mesi della sua vita facendo gru origami nella speranza di guarire) c’erano delle classi in visita che (credo) leggevano poesie e pregavano. Non capivo niente ma sono rimasta incantata a guardarli per qualche minuto e mi è scappata una lacrima.

Cupola di Hiroshima
A 100m dal’ipocentro della bomba atomica, è l’unico edificio rimasto riconoscibile
Monumento per la Pace dei Bambini dedicato a Sadako Sasaki
Memoriale dove sono scritti tutti i nomi delle vittime, incornicia la fiamma della pace, sempre accesa, che verrà spenta solo alla distruzione dell’ultima arma nucleare esistente.

Miyajima

L’isola di Miyajima si raggiunge da Hiroshima con il treno prima e la barca poi, l’ho amata tantissimo, anche se ci siamo arrivati in un pomeriggio di bassa marea e il famoso Torii rosso nell’acqua era sulla spiaggia.

Torii del Santuario di Itsukushima

L’ho trovata un’isola rilassante, con un clima quasi vacanziero. Oppure il Santuario di Itsukushima mi ha trasmesso pace interiore, non lo sapremo mai.

Santuario di Itsukushima
Santuario di Itsukushima
Rakan – Discepolo del Buddha
Gojuno To – Pagoda a 5 piani
Il Torii rosso al tramonto
Biscotti tipici dell’isola

Kyoto

Prendiamo il treno da Hiroshima, con cambio ad Osaka, direzione Kyoto. Il cambio previsto è di 3 minuti. TRE MINUTI! Una roba che in Italia nemmeno lo prenoti e invece siamo arrivati a Osaka, sceso le scale al binario di arrivo, salite per arrivare al binario di partenza e abbiamo preso il treno per Kyoto, senza problemi. Penso ai treni giapponesi in modo quasi romantico ogni volta che prendo il TGV Milano-Lione, ma questa è un’altra storia.

Il Monte Fuji dal finestrino del treno
(che con tutti i cartoni animati in cui appare mi sono un po’ emozionata)

Se dovessi raccontare Kyoto con una parola direi semplicemente: Templi. Kyoto è conosciuta come la città dei mille templi e non fatico a immaginarne il motivo. E’ anche nei siti protetti dall’unesco, essendo stata quasi interamente risparmiata durante la seconda guerra mondiale.

Kiyomizudera
L’acqua della longevità
(si, ho fatto la fila e l’ho bevuta anche io)
Geisha
Ginkaku-ji
Kinkaku-ji

Nara & Fushimi Inari Taisha

Anche da Kyoto facciamo una gita in giornata, cominciamo da Nara, ad una quarantina di chilometri di distanza, antica capitale del Giappone e considerata la culla dell’arte, della letteratura e della cultura giapponese.

Nei parchi ci sono migliaia di cervi che girano liberi, si fanno fotografare e vengono in cerca di cibo. E poi ci sono i templi, tanti templi.

Nara

Di ritorno da Nara ci fermiamo al santuario di Fujimi Inari-Taisha, famoso anche per questa scena di Memorie di una Geisha.

Memorie di una Geisha – Fushimi Inari Taisha

E’ il più importante santuario shintoista dedicato alla divinità Inari, i 4Km di torii rossi creano un tunnel impressionante. In partenza c’è un sacco di gente, ma non tutti arrivano in cima quindi, a parte la baraonda iniziale, si sta benissimo. La mia stima va alle donne in abiti tradizionali e zoccoli in legno.

I Torii rossi di Fujimi-Inari
La volpe, veicolo della divinità Inari, protettore della prosperità e della ricchezza dei raccolti

Da Kyoto torniamo a Tokyo per l’ultima notte prima del volo di ritorno, finisce anche questo incredibile viaggio alla scoperta del Sol Levante.