Sfogliatelle ricce

Ogni volta che qualcuno mi colpisce, per un particolare qualsiasi, mi chiedo quale sia la sua storia. A volte con le persone si parla e la si scopre, altre no. In questi casi mi piace immaginarla. Quando sono in vacanza è più facile, vedo cose che, concentrata su altro, non riesco a percepire.

Da quando mi sono appassionata alla fotografia cerco di catturare quelle piccole scene quotidiane, a volte ci riesco, altre no. Ho provato ad associare piccole storie a qualche mia fotografia.

Quanto sotto è tutta immaginazione. A parte Napoli. La prima volta a Napoli non sapevo che aspettarmi, ho trovato una delle città più incredibili che abbia mai visitato.

Andy Warhol ha detto “Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come quella di New York”.

Io ho amato Napoli quasi quanto New York, però a Napoli si mangia meglio.


Lisa era stanca.

Lei e Tom provavano ad avere un bambino da un bel po’ ma, a differenza delle ragazze sui forum, non sapeva il numero esatto di tentativi,  non sapeva nemmeno da quanto.

All’inizio l’avevano presa alla leggera, ma il risultato di qualche approfondimento é che lei doveva prendere un farmaco per 5 mesi, con tutti gli effetti collaterali del caso: sbalzi d’ umore, pianti senza motivo, incazzature casuali, …

Non controllava più le sue emozioni ed era distrutta.

Era stato un anno impegnativo, fatto di trasferte, straordinari, notti insonni e una ferita aperta con una che considerava tra le sue amiche più care.

Aveva bisogno di una pausa. Dal lavoro, dagli stick ovulatori, dall’agopuntura e dalle persone. Aveva deciso di prendersi una vacanza un mercoledì sera quando, tornata dal lavoro, aveva notato il cesto dei panni sporchi che stava per scoppiare e pensato “non ce la posso fare”.

Era volata in quella che considerava una delle città più pittoresche e accoglienti al mondo: Napoli. Affascinata dal caos partenopeo, con il suo mix di bellezza e degrado, non vedeva l’ora di sedersi al tavolo di qualche trattoria di Via dei Tribunali, dove la pizza ha un altro sapore e il fritto fa “crock”, guardare le persone e pensare alle loro storie. Voleva liberarsi, anche se per poco, dai suoi pensieri.

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Gianna e Francesco festeggiavano i 50 anni insieme. Lei amava viaggiare e, appena lui era arrivato alla pensione, gli aveva proposto qualche destinazione, che però era stata sempre rifiutata. In agenzia aveva prenotato un viaggio organizzato in bus, 5 giorni a Roma, e l’aveva lasciato a casa. Da quel giorno, insieme, avevano girato il mondo.

Luca è Antonio si erano conosciuti on line e questa era la prima vacanza insieme. Per Antonio era stato facile, a casa e in ufficio nessuno aveva fatto una piega quando, qualche anno prima, aveva raccontato la sua omosessualità. La sorella aveva chiesto “e quindi?” ed era finita lì. Per Luca invece era stato tutto complicato. Amava Antonio, ma un po’ invidiava la facilità con cui si rapportava agli altri. Era giunto alla conclusione che la differenza stava tutta lì.

 

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La storia a distanza di Giulia e Massimo, pompiere siciliano, era finita. Lui non gliel’aveva nemmeno detto, aveva solo smesso di rispondere al telefono. Non aveva più avuto sue notizie finchè l’aveva chiamata uno che aveva detto essere il fratello chiedendole di non chiamarlo più, Massimo stava per sposarsi. Giulia aveva creduto in quella storia con la speranza dei ventenni e ora piangeva tutte le sue lacrime pensando che non sarebbe stata felice mai più.

 

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Fabio lavorava sulle navi da crociera e non vedeva Laura da oltre un mese. Si erano conosciuti poco dopo che lui aveva trovato quel lavoro e subito era dovuto partire. Sognavano un futuro insieme ma al momento si accontentavano di lunghe videochiamate via skype agli orari più improbabili e della gioia incontenibile di quando potevano stare insieme.

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Saal Digital

— RECENSIONI, Fotografia —

Qualche settimana fa si é sposato mio fratello e, in qualità di testimone, ho pensato fosse il caso di confessarmi, cosa che non facevo dal mio matrimonio e prima ancora da boh.

Io non ce la faccio ad entrare in una Chiesa, chiudermi dentro una scatola dove nessuno ti vede e parlare con un prete che, se va bene, ti dedica 1 minuto del suo tempo, per raccontargli cose di cui non gliene frega nulla.

Ho chiamato uno dei pochi preti di cui ho davvero stima, che mi ha sposata, e gli ho chiesto se potevo andare da lui (perché chiariamo, altrimenti niente). Per venirmi incontro mi ha ricevuta alle 21 di un mercoledì sera e, data la disponibilità, ho pensato di non presentarmi a mani vuote ma portargli un regalo home-made, un piccolo fotoquadro di una foto scattata da me:

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(Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo Alta)

Qualche mese fa Saal Digital offriva un buono da 50euro per testare la stampa su fotoquadro in cambio di una recensione. Io parto sempre piena di buoni propositi ma la vita vera si mette di mezzo e mi perdo, il risultato è che sono in ritardo di mesi (nonostante tutto non mi hanno addebitato i 50€ sugli ordini successivi).

Ho stampato 5 fotoquadri piccoli, da 10×15, che avevo pensato di utilizzare come una sorta di biglietto d’auguri da aggiungere ai regali per le amiche, mi pareva un’idea originale (tra i miei buoni propositi c’è anche imparare a fare pacchetti decenti, ma questa è un’altra storia).

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Non immaginavo che la qualità fosse così alta e, soprattutto, che il supporto facesse risaltare cosi tanto la foto. Invece è super nitida e la resa notevole, sembra quasi che il soggetto prenda vita (ho scritto sembra e quasi…)

Come funziona:

Si va sul sito Saal digital, si seleziona fotoquadro, si sceglie il supporto preferito (nel mio caso alluminio dbond) e come caricare la foto (tre soluzioni disponibili: online, app o software) e si procede seguendo le istruzioni supersemplici. In pochi giorni avrete a casa il fotoquadro stampato.

Io insieme a quell’ordine ho stampato delle fotografie che avevo fatto a mio nipote e anche in quel caso la qualità è risultata altissima.

Da quel momento Saal Digital é diventato il mio sito di riferimento per la stampa e, dato che “mi raccomando, le fotografie vanno stampate!” (Cit. Insegnante di fotografia), credo che lo utilizzerò ancora e ancora.

Pro: qualità di stampa, varietà della scelta, semplicità di utilizzo

Contro: trovo le spese di spedizione un po’ alte, ieri ho ordinato un poster 50×50 su carta fotografica al costo di € 9,60. Spese di spedizione € 6,95.

Però merita lo stesso.

Fotografia: Michael Wesely

— SOLO COSE BELLE, Fotografia —

Mi sono iscritta ad un corso avanzato di fotografia. L’obiettivo è andare oltre lo scatto singolo e ragionare per progetto. Anche imparare tecniche nuove ma è – quasi – irrilevante. Mi piace invece la parte del portarci ad un livello superiore, nonostante il “cercherò di tirare fuori quasi del disagio da voi, il disagio, in fotografia, funziona” mi inquieti un po’.

Ma si, prendi tutto il mio disagio e fanne ciò che vuoi.


Tra le varie cose che facciamo il lunedì sera, dalle 20.45 alle 22.45, ma sforiamo sempre (menzione d’onore a me che il lunedi, invece di svaccarmi sul divano a lamentarmi del primo giorno della settimana, vado ad un corso), c’è l’analizzare i lavori di fotografi più o meno famosi.

Qual’è l’esposizione più lunga che abbiate mai usato? Io Bulb per qualche secondo a caso quando al corso base abbiamo “giocato” con il flash. Il light painting l’ho poi rivenduto a mia nipote di 9 anni come la roba più figa del pianeta.

Michael Wesely invece, nel suo Open Shutter Projekt, ha utilizzato esposizioni fino a tre anni e ha fotografato il passare del tempo, alla faccia del moderno time lapse.

Qui la costruzione del Moma

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E qui un’intervista all’artista

Mi chiedo spesso come una persona possa avere idee così geniali, come ti viene in mente di fare una fotografia lunga 3 anni?

Serie TV: The Ranch

— SOLO COSE BELLE, Tv Series —

In Italia abbiamo tra i migliori doppiatori al mondo ma sono dell’idea che le sfumature di una lingua o le espressioni di un attore, tradotte, perdano molto. Per questo guardo quasi tutte le serie tv in inglese, sottotitolate in inglese. Sto valutando di togliere i sottotitoli, qualcuno dice che distraggano e forse un po’ è vero.

Il vantaggio è che si imparano un sacco di parole nuove e modi di dire di uso comune, ben diverso da quello dei libri.

Ho scoperto che c’è differenza tra I love you e I’m in love with you, il secondo è più potente e a volte si dice: “I love you but I’m not in love with you“. Questione di sfumature, me ne rendo conto.

Oppure una delle mie parole preferite, Jeopardize, che significa mettere a repentaglio e sto cercando il modo di utilizzare, un po’ come quando ho scoperto che terrific, oltre che spaventoso, significa eccezionale.


The Ranch è una sit com statunitense, di quelle old-style, multicamera: al centro di tutto c’è la famiglia e le ambientazioni (il portico, la cucina, il bancone del pub, …) sono statiche e riconoscibili a colpo d’occhio.

TheRanch

La storia inizia con il ritorno a casa di Colt (Ashton Cutcher), un giocatore di football che non ce l’ha fatta. La casa è un ranch nella campagna americana, nel Colorado più nostalgico, sull’orlo del fallimento. Il padre (Sam Elliot) il cowboy burbero, di poche parole, proprio come te lo immagini. Il fratello (Danny Masterson), quello che è rimasto a casa e pare (pare!) un po’ scemo. La madre (Debra Winger) quella che voleva girare il mondo, ma si è fermata a pochi chilometri di distanza.

Perchè mi piace:

  1. Ho imparato un sacco di parolacce, che si sa, tornano sempre utili
  2. Ho fatto una fatica incredile a capirlo perchè gli accenti sono quelli stretti, della campagna, i giochi di parole non sempre chiari a chi non è madrelingua – ma credo sia un ottimo esercizio –
  3. Perchè tra una battuta e l’altra, uno scontro dopo l’altro, di fondo, rimane l’amore.

Personaggio preferito:

  1. Beau Bennett (Sam Elliott), perchè è perfetto nella parte e, anche se misantropo, a volte esce il lato dolce

Montagna: dal lago di Braies alla malga Uces de Fojedora

— SOLO COSE BELLE, Italia —

Ieri mi sono resa conto di aver fatto un errore: tempo fa ho raccontato un fatto personale a qualcuno che consideravo amica. Qualcosa che non racconto facilmente, ma credo che a volte, parlare, sia terapeutico.

Questa persona non solo ha ascoltato ben poco, ma ha anche pensato che fosse il caso di riportarmi esperienze negative altrui.

Il mio errore non è stato parlarne, penso ancora sia terapeutico, ma la scelta della persona. Un errore di valutazione piuttosto grossolano, a posteriori. Ma in fondo la vita è anche questa cosa qui.

Non sono arrabbiata, sono ferita.

Che farsi passare la rabbia è semplice, riabilitare la persona al limite dell’impossibile.

Fortunatamente settimana scorsa sono stata in vacanza e mai avrei pensato che la montagna potesse essere così rigenerante. Sono tornata contenta, rilassata, riposata, carica e ottimista.


Siamo andati a Braies la mattina presto quando il lago sembra incantato, silenzioso e la superficie uno specchio.

Braies

Arrivati alla spiaggia di ciottoli bianchi abbiamo preso il sentiero 19 che, superato la Malga Foresta, tra salite, panorami mozzafiato e prati verdi, in un paio d’ore ci ha portati alla malga Uces de Fojedora che è un po’ come io immagino la baita del <<vecchio dell’alpe>>

Screenshot_2018-09-26 Lago di Braies - Malga Uces de Fojedora (sentiero 19) Escursione Strava

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Un posto dove il tempo si è fermato e il pane è quello buono, sfornato fresco diverse volte al giorno.

Ci sono anche Heidi, Peter e Fiocco di neve, o giù di lì.

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Fotografia: le dicotomie

— SOLO COSE BELLE, Fotografia —

Il mio progetto di vita è essere stramaledettamente felice ma ho scoperto, mio malgrado, che ci sono dei giorni in cui è difficile.

Sono quelle mattine in cui ti svegli e scopri che nemmeno stavolta è quella buona e sai che dovrai ricominciare tutto da capo, quei risvegli in cui ti viene da piangere perchè questo stress comincia a diventare davvero pesante.

Sono le stesse mattine in cui devi radunare tutte le energie, recuperare un po’ di ottimismo durante la colazione, truccarti bene, vestirti con attenzione, indossare i tacchi alti e affrontare la giornata con il sorriso, nonostante tutto.

Dicotomia_original

Uno dei primi compiti del corso base di fotografia è stato ragionare per dicotomie. Non è stato semplice, volevo qualcosa che mi rappresentasse e avevo deciso che la dicotomia doveva stare in una sola foto, non in due.

Per scattare da sola ho fatto gli addominali e, ci terrei a sottolineare, io non ho addominali. Credo di aver usato la modalità automatica, non ero ancora in grado di girare la rotellina su M, ovviamente in jpg.

L’idea iniziale era la silhouette delle scarpe su fondo chiaro ma, una volta scaricata sul computer, ho capito che non funzionava, ho toccato comandi più o meno a caso su photoshop per schiarirla e il risultato è quello sopra.

Ho amato quella fotografia. Per settimane mi è sembrato un compito ben riuscito. Nonostante i difetti la mostravo orgogliosa dal cellulare, dove il mosso si nota meno, ad amici e colleghi.

Penso ancora di aver centrato il compito, ma oggi scarterei la foto.

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Ho provato rifarla. Stavolta la ghiera in M, ho impostato ISO, tempi e diaframma,  appoggiato la reflex su una sedia e scattato in remoto. Non ha funzionato, ho fatto di nuovo gli addominali stavolta ben sapendo che i tempi dovevano essere molto rapidi.

Ho scaricato i file sul computer, li ho aperti con bridge e selezionato quello che mi piaceva di più.

Ho cliccato apri in camera raw, applicato il profilo bianco e nero e sistemato quello che serviva per raggiungere un risultato soddisfacente.

Sono soddisfatta di questa fotografia oggi? No.

Non mi piace lo sfondo che non sono riuscita a rendere completamente bianco, non mi piace la piega dei piedi, non mi piace come si incrociano i listini del sandalo vicino alla caviglia.

Però la foto non è mossa ed è migliore della precedente.

E’ che si cambia.

Tra qualche mese magari provo a rifarla.

 

Orange Beach

Quella mattina Linda aveva deciso di andare in spiaggia da sola. Aveva bisogno di schiarirsi le idee.

Parcheggiato all’inizio della strada sterrata aveva scelto la via della pineta, odiava passare dallo stabilimento balneare, la innervosiva il generatore in mezzo al verde e ogni centrimetro di spiaggia occupato.

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Dall’alto sorrise per l’uomo nudo che meditava sullo scoglio lontano, rimaneva sempre impressionata dalla sua capacità di rimanere immobile per ore, si domandava anche come facesse a non bruciarsi. Guardando giù sorrise, la sua spiaggia preferita era deserta.

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Adorava Mega Portokali Beach la mattina presto, la spiaggia era piccola e tranquilla, il mare aveva tutte le sfumature che facevano bene all’anima ed era sufficiente una nuotata con gli occhialini per vedere dei pescetti neri che parevano esserci solo li.

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Stella e Apostolos avevano ragione, non c’era un solo ristorante decente in Sarti, eppure la gente spendeva: la gelaterie italiana che offriva coppe anni ’90 a prezzi del 2018 aveva la fila fuori. Il gelato era strepitoso.

La location era perfetta, quel pergolato poi, le bastava sedersi per stare in pace. Aveva anche il suo amato orto e sentiva il mare, una sorta di oasi di tranquillità due vie più su rispetto alla spiaggia.

Stella era ambiziosa, aveva in mente di aprire a colazione, pranzo e cena. La mattina offrire pancakes e centrifugati, brioches fresche, uova e spremute.

“Non ci sarà troppo caos la mattina, posso tenere aperto mentre preparo per pranzo”

Il sandwich al nero di seppia con polpo grigliato e maionese allo zenzero, una delle sue proposte per il pranzo, era davvero grandioso. Le piaceva l’idea dei panini gourmet e piatti veloci. Come le piaceva il menu ridotto a cena, in base al pescato.

Poteva funzionare. Anzi, ne era certa.

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Quello di cui non era sicura era l’essere pronta a scombinare, di nuovo, tutti i suoi equilibri. Un ristorante, per quanto semplice, richiedeva impegno e molte ore. Significava rinunciare, almeno per un po’, alla sua casa di Afytos, alle giornate in barca e alle gite in vespa. Però Apostolos aveva ragione, le mancava cucinare, ideare nuovi menu, pensare piatti innovativi e il brivido all’arrivo di ogni ordine.

In realtà l’idea la elettrizzava, forse si era rilassata abbastanza ed era arrivato il momento di cambiare, impegnarsi a fondo, scombinare tutti i piani e lanciarsi in una nuova avventura.

E poi c’era sempre il mare.