Run around Tokyo Imperial Palace

Il 2 aprile 2017 c’è stata la maratona di Milano e, una decina di giorni prima, un amico ha comunicato “ho dei pettorali, la facciamo in staffetta?” e noi, gruppo di runner più interessati all’aperitivo che alla corsa, abbiamo accettato.

Correvo a malapena 10Km e anche lentamente, ma quel giorno ne ho corsi 12. Carichi di quella performance, che di performance non si tratta, ma abbiamo raggiunto il traguardo e a noi bastava, la settimana dopo ci siamo iscritti alla mezza maratona di Jesolo, prevista per fine maggio.

Meno di due mesi per prepararla “ma già ne ho già corsi 12, sono a buon punto” (risate di sottofondo) e, dato che qui le cose si fanno ad minchiam o non si fanno, a quei due mesi ho tolto due settimane, che avevo in programma un viaggio in Giappone.

In un moto di ottimismo sia io che mio marito abbiamo messo in valigia le scarpe da running e, per una serie di strane congiunzioni astrali, tra cui la fifa di morire nei ventunchilometriezeronovantasettemetri di Jesolo, abbiamo corso davvero.

Uno degli ultimi giorni a Tokyo, in tarda mattinata, ci siam messi pantaloncini e maglietta, infilato un ricambio e due salviettine in uno zaino e preso la metro fino alla fermata Tokyo. Una volta arrivati abbiamo lasciato tutto in un armadietto a pagamento in stazione e siamo andati a correre intorno a casa dell’imperatore.

Gli armadietti della stazione

La ciclabile, lungo circa 5Km, è uno dei percorsi running più famosi della capitale e, vista l’affluenza, non fatico a crederlo: se in partenza eravamo solo noi e qualche casalinga, con l’arrivo dell’ora di pranzo si è riempito di runner. Pare che anche il principe ereditario Naruhito corra li, magari mi ha superata ma non lo sapremo mai, dato che non so che faccia abbia.

Sul percorso ci sono anche delle fontanelle e degli attrezzi per fare degli esercizi, noi abbiam fatto due giri e, lo devo ammettere, alla fine ero anche piuttosto soddisfatta.

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Due settimane in Giappone

Abbiamo scelto il Giappone perchè ci sembrava una destinazione diversa dalle nostre solite, e così è stato: la storia, la cultura, i sapori e la lingua sono quanto più di lontano da quello a cui siamo abituati.

Abbiamo volato con Alitalia, l’unica compagnia ad offrire un volo diretto Milano-Tokyo, ad aprile 2017, quando c’era uno sciopero dopo l’altro, incrociando le dita. Ci è andata bene. Oddio, al ritorno si gelava (ci siam messi dei sacchetti di plastica sui piedi) e poi si collassava, ma tutto ok.

Quello che mi porterò per sempre del Giappone è l’incredibile organizzazione: i treni hanno un ritardo medio annuale di 6 secondi; i controlli in ingresso sono rapidi ed efficienti; le persone aspettano diligentemente in fila per mangiare; prima di partire abbiamo acquistato una sim dati con consegna all’ufficio postale dell’aeroporto, al nostro arrivo la sim ci aspettava.

Tokyo
Nikko
Kamakura
Hiroshima
Miyajima
Kyoto
Nara & Fushimi Inari Taisha


Tokyo

Dopo la fila per ritirare il Japan Rail Pass prendiamo il treno che ci porta in centro e, con le indicazioni di google maps, arriviamo in hotel. La prima cosa che guardo è il water: sono super curiosa dei loro bagni tecnologici. La camera è piccola, così piccola che possiamo aprire i bagagli solo uno alla volta. Booking ce l’aveva detto, ma del resto, questa è Tokyo.

Usciamo a fare la prima conoscenza della città che ci accoglie in una grigia domenica pomeriggio, in giro c’è un sacco di gente e parecchio rumore. Per cena scegliamo di provare il ramen, facciamo la fila davanti ad un ristorante consigliato da tripadvisor, ordiniamo a caso da una vending machine con le immagini tutte uguali e il nome dei piatti in giapponese, paghiamo ed entriamo. La cucina occupa tre quarti del locale, intorno c’è il bancone dove si mangia. Finito di cenare ci si alza e si va, che fuori c’è la fila e mica ci si perde in chiacchiere. La zuppa la si mangia con le bacchette e, a parte il dubbio sull’uovo, direi che ce la siamo cavata alla grande.

Tokyo

La prima notte ci svegliamo con il suonare delle sirene e una voce che diceva qualcosa dall’altoparlante “oddio ci attaccano!”, invece no, era un’ambulanza.

Cominciamo il nostro giro per i quartieri della città da Chiyoda, una zona centrale dove vive l’imperatore. Una casettina senza pretese, tipo 23.000m2.

Tokyo Imperial Palace

Tokyo è una città gigantesca e ogni quartiere è un mondo a sè. Ginza è il quartiere del lusso, ci sono negozi di alta moda, showroom futuristici e ristoranti costosi.

Ginza

Akihabara, detta anche Electric Town è dove si trova la più alta concentrazione di negozi di elettronica del pianeta, poi ci sono multipiani di videogames e statuine di anime. Ho visto più Goku qui in pochi minuti che in anni di Dragon Ball.

Akihabara
Akihabara (Electric Town)

A Shibuya c’è l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, ha le strisce pedonali in obliquo, il verde scatta insieme per tutti i pedoni, tipo 3000 alla volta.

Shibuya crossing
L’incrocio pedonale più trafficato al mondo

Arriviamo a Ueno e pare di non essere più a Tokyo, l’immenso parco, il più grande della città, trasmette un sacco di tranquillità.

Ueno

Il mercato del pesce è un posto bellissimo: nessun sushi che io possa mangiare in Italia potrà anche solo avvicinarsi a quanto mangiato li. Ci siamo stati due volte: la prima ci siamo fermati in una bancarella improbabile dove ci si poteva sedere, abbiamo ordinato da delle fotografie e un tizio, davanti ai nostri occhi, affettava il pesce alla velocità della luce e ci ha preparato una ciotola favolosa; la seconda abbiamo assaggiato diverse cose, qui e li, da diverse bancarelle. Era buono, era tutto eccezzionale.

Il pranzo al mercato del pesce

Asakusa è il quartiere più antico di Tokyo, al tempio ho preso un omikuji che mi ha detto “regular fortune”. L’omikuji è un biglietto contenente una predizione divina, quando la risposta non piace va bruciato per scacciare la sfortuna. Credo che questo sia l’unico tempio che prevede anche la versione inglese, e figurati se io me lo potevo lasciar scappare.

Asakusa

Per mantenere i contrasti, c’è anche lo Sky Tree, la torre della televisione, dove noi non abbiamo mancato di salire perchè si gode di una splendida vista (e comunque noi saliamo sempre quando si può andare in alto).

Sky Tree
Vista dallo Sky Tree

Tokyo soffre di crisi d’indentità, è l’unica spiegazione che mi sono data per Odaiba, un’isola artificiale dove si arriva con un treno monorotaia senza autista e dove c’è la Statua della Libertà e anche l’Oktoberfest, ad aprile.

Odaiba

Tokyo è una città enorme, piena di rumore, fatta di contrasti estremi. Lo si vede passeggiando per strada dove spesso, gli stili, sono portati all’eccesso e lo si vede nei quartieri. Tokyo mi è piaciuta ma, a differenza di altre metropoli, non ci vivrei. Le mie orecchie, dopo 5 giorni, chiedevano silenzio.

Dal Government Building

Nikko

Da Tokyo, in un paio d’ore di treno, arriviamo a Nikko (città della luce e del sole), nella regione montuosa della prefettura di Tochigi, a circa 140Km dalla capitale. Nikko fa parte del patrimonio Unesco dal 1999 e comprende 103 edifici e strutture integrati nell’ambiente naturale circostante.

Shinkyo, il ponte rosso
Le tre scimmie
Santuario Toshogu

Kamakura

Solo un’oretta di treno da Tokyo e ci troviamo alla stazione di Kita-Kamakura, immersi in un paesaggio da cartone animato giapponese: tranquillità, case in legno, alberi e templi.

Scegliamo il sentiero del Daibutsu che si inerpica tra le montagne, laviamo le monete (noi, i Giapponesi le banconote) al santuario shintoita di Zeniarai-benten e arrivati al Daibutsu (il Grande Budda), non abbiamo fatto un corso per principianti (in giapponese) di zazen (meditazione da seduti), ma ci siamo sentiti molto zen lo stesso, probabilmente centra il percorso dove in alcuni punti ci siam dovuti arrampicare su improbabili radici-scalini, non propriamente in tenuta da trekking.

Il sentiero del Daibutsu

Facciamo merenda con dei cracker di polipetti pressati e per pranzo ci fermiamo in un posto molto zen a mangiare una ciotola di riso.

Ciotole di riso e cracker di polipetti

Proseguiamo con un giro sulla spiaggia di Yuigahama e il viale bordato da ciliegi che ci porta al santuario shintoista di Tsurugaoka Hachimangu, il più famoso di Kamakura, consacrato a Hachiman, divinità protettrice dei Minamoto.

La spiaggia e il Santuario di Tsurugaoka Hachimangu

Hiroshima

Ci sono dei luoghi che spezzano il cuore. Il Parco della Pace è uno di questi. Davanti alla statua di Sadako Sasaki (bambina morta di leucemia che ha passato gli ultimi mesi della sua vita facendo gru origami nella speranza di guarire) c’erano delle classi in visita che (credo) leggevano poesie e pregavano. Non capivo niente ma sono rimasta incantata a guardarli per qualche minuto e mi è scappata una lacrima.

Cupola di Hiroshima
A 100m dal’ipocentro della bomba atomica, è l’unico edificio rimasto riconoscibile
Monumento per la Pace dei Bambini dedicato a Sadako Sasaki
Memoriale dove sono scritti tutti i nomi delle vittime, incornicia la fiamma della pace, sempre accesa, che verrà spenta solo alla distruzione dell’ultima arma nucleare esistente.

Miyajima

L’isola di Miyajima si raggiunge da Hiroshima con il treno prima e la barca poi, l’ho amata tantissimo, anche se ci siamo arrivati in un pomeriggio di bassa marea e il famoso Torii rosso nell’acqua era sulla spiaggia.

Torii del Santuario di Itsukushima

L’ho trovata un’isola rilassante, con un clima quasi vacanziero. Oppure il Santuario di Itsukushima mi ha trasmesso pace interiore, non lo sapremo mai.

Santuario di Itsukushima
Santuario di Itsukushima
Rakan – Discepolo del Buddha
Gojuno To – Pagoda a 5 piani
Il Torii rosso al tramonto
Biscotti tipici dell’isola

Kyoto

Prendiamo il treno da Hiroshima, con cambio ad Osaka, direzione Kyoto. Il cambio previsto è di 3 minuti. TRE MINUTI! Una roba che in Italia nemmeno lo prenoti e invece siamo arrivati a Osaka, sceso le scale al binario di arrivo, salite per arrivare al binario di partenza e abbiamo preso il treno per Kyoto, senza problemi. Penso ai treni giapponesi in modo quasi romantico ogni volta che prendo il TGV Milano-Lione, ma questa è un’altra storia.

Il Monte Fuji dal finestrino del treno
(che con tutti i cartoni animati in cui appare mi sono un po’ emozionata)

Se dovessi raccontare Kyoto con una parola direi semplicemente: Templi. Kyoto è conosciuta come la città dei mille templi e non fatico a immaginarne il motivo. E’ anche nei siti protetti dall’unesco, essendo stata quasi interamente risparmiata durante la seconda guerra mondiale.

Kiyomizudera
L’acqua della longevità
(si, ho fatto la fila e l’ho bevuta anche io)
Geisha
Ginkaku-ji
Kinkaku-ji

Nara & Fushimi Inari Taisha

Anche da Kyoto facciamo una gita in giornata, cominciamo da Nara, ad una quarantina di chilometri di distanza, antica capitale del Giappone e considerata la culla dell’arte, della letteratura e della cultura giapponese.

Nei parchi ci sono migliaia di cervi che girano liberi, si fanno fotografare e vengono in cerca di cibo. E poi ci sono i templi, tanti templi.

Nara

Di ritorno da Nara ci fermiamo al santuario di Fujimi Inari-Taisha, famoso anche per questa scena di Memorie di una Geisha.

Memorie di una Geisha – Fushimi Inari Taisha

E’ il più importante santuario shintoista dedicato alla divinità Inari, i 4Km di torii rossi creano un tunnel impressionante. In partenza c’è un sacco di gente, ma non tutti arrivano in cima quindi, a parte la baraonda iniziale, si sta benissimo. La mia stima va alle donne in abiti tradizionali e zoccoli in legno.

I Torii rossi di Fujimi-Inari
La volpe, veicolo della divinità Inari, protettore della prosperità e della ricchezza dei raccolti

Da Kyoto torniamo a Tokyo per l’ultima notte prima del volo di ritorno, finisce anche questo incredibile viaggio alla scoperta del Sol Levante.

Trasferte lionesi

Nel 2006, quando ho mandato il curriculum alla mia attuale azienda, avevo specificato la disponibilità a trasferte, anche per lunghi periodi. Evidentemente non hanno considerato la cosa per anni, se non sporadicamente, per poi piazzarmi una trasferta dopo l’altra negli ultimi 12 mesi.

Le mie mete sono principalmente due: Madrid e Lione.

Due città in cui vivrei tranquillamente, ma lo dico a bassa voce che l’ultima volta mi è scappato un “però Lione è davvero una bella città” e ho ricevuto immediatamente la risposta “se vuoi trasferirti ne parliamo”.

Io a Lione ci vado in treno, che gli aerei partono da Malpensa e sono scomodi. Qui potrei dilungarmi per ore di viaggi della speranza con il TGV, ma eviterò. Dico però che Lione è davvero una bella città e meriterebbe una visita un po’ più approfondita del “faccio due passi in centro dopo il lavoro alla ricerca di un ristorante”.

Eppure, un po’ di bellezza, la si trova anche in quei due passi.

Gennaio di corsa

Photo by Holger Link on Unsplash

Il giorno in cui avevo un volo per Tokyo ho puntato la sveglia alle 6, ho corso 18km, mi sono fatta una doccia e sono andata in aeroporto. Questo succedeva nel 2017. Nel 2018, in tutto l’anno, avrò corso si e no 200km.

Pochi chilometri e anche frustranti perché, invece di prendere il buono che la corsa da, mi sono concentrata sul brutto: fatica estrema e tempo rubato ad altro.

Però la corsa è altro.

Per prima cosa io, mentre corro, faccio talmente tanta fatica che non ho tempo di pensare ad altro. So che c’è chi ha idee geniali mentre è sotto sforzo. Io no. Io penso alla fatica e questo continuo pensare alla fatica mi alleggerisce. Il mio unico problema, in quel momento, è arrivare alla fine, il resto non esiste.

La seconda è che la corsa è giusta. Se ti impegni i risultati arrivano. Mi sono impegnata e ho corso una mezza maratona. Sic et simpliciter.

Ultimo, ma non per importanza, la corsa mi ha regalato due amiche speciali e fino al 2017 una sera a settimana, cascasse il mondo, uscivamo insieme. E mi faceva un gran bene. Si, anche quella volta che abbiamo fatto le ripetute in salita sul ponte brebemi in un nebbiosissima serata d’inverno.

Uno degli obiettivi di quest anno è, semplicemente, riprendere a correre. Per non mollare subito, l’obiettivo del mese uno era piuttosto semplice: correre 3 volte la settimana. 14 in tutto. Zero importanza a chilometri o tempi. 14 uscite.

Ne ho fatte 8.
Mi sembra chiaro che l’obiettivo non è stato raggiunto ma ho corso almeno una volta tutte le settimane e va bene così, non succedeva da giugno 2017. Si poteva fare meglio, ma poteva anche andare peggio.

La prima uscita è stata a capodanno, che mi pareva di buon auspicio. Sono uscita con un sole quasi primaverile e tornata in un umido nebbione invernale. Ho cambiato stagione in 5km, mica da tutti.

La prima settimana ne ho saltata una, che sia mai impegnarsi troppo. L’avevo programmata per il giovedì, poi l’ho spostata al venerdì e infine al sabato, sapendo benissimo che io, il venerdì e il sabato, non corro. Potrei elencare 500 scuse, ma la verità è che non avevo voglia. Ho corso la domenica e, in un eccesso di ottimismo, ho messo in valigia le scarpe per la trasferta francese del giorno dopo.

Avevo pensato di correre il martedì, ma ho cenato con un’amica che si è trasferita a Lione da qualche mese, il giorno dopo è arrivato il mio capo e il giovedì siamo ripartiti. Quindi nulla fino alla domenica.
La seconda settimana dell’anno ho corso solo una volta su tre.

La terza settimana l’idea era riprendere l’appuntamento con le amiche. Mi hanno bidonata: una sera ho corso sul tapis roulant e poi il nulla, nemmeno nel week end, che ero a Courmayeur. Però ho provato la fat bike e ho fatto le terme che si sa, la pelle liscia è importante.

Arriviamo alla quarta settimana, uscita con le amiche il mercoledì sera ed incredibilmente siamo uscite per davvero, solo 6km e particolarmente lenti, che correre e parlare è faticoso. Spero sia almeno allenante, non l’ho mai capita questa cosa. Corsetta sul tapis roulant il venerdì, che era tardi. Con l’arrivo del 2019 pare la mia vita non si sia semplificata, ma continuo ad essere ottimista per il futuro e ho corso 7Km anche la domenica! Tre uscite, per una volta obiettivo raggiunto!

L’ultima settimana di gennaio è cominciata complicata, arrivata al mercoledì la mia voglia di correre era sotto i piedi ma ero d’accordo per l’uscita settimanale. Eravamo solo in due e sono partita nervosa, arrabbiata e tesa. Piano piano mi sono sfogata e calmata. 6km dopo sorridevo.
Ed è stato in quel momento che mi sono ricordata perché quell uscita settimanale deve essere irrinunciabile.

Per febbraio vorrei davvero impegnarmi sulle tre uscite settimanali e tornare a correre 10km. Al momento ne corro 7. So che le mie gambe potrebbero correrne 10 domani ma la mia testa non è d’accordo quindi, come dico sempre quando inizio un nuovo progetto: step by step.


Tre settimane in Australia

C’è chi sceglie la data delle nozze in base a ricordi più o meno romantici, chi a caso, chi vuole l’estate e chi, come noi, in base alla destinazione del viaggio: ho sempre pensato all’Australia come La Destinazione per eccellenza, vuoi perchè è il posto più lontano che mi viene in mente, o perchè è l’isola di koala e canguri, che li trovi solo li.

Ci siamo sposati il 2 aprile 2016 e il giorno dopo siamo partiti per le tre settimane più incredibili che io riesca ad immaginare.

Ho amato l’Australia talmente tanto che non sono nemmeno in grado di stilare una top 3 delle mie cose preferite: il deserto, la barriera corallina e la Great Ocean Road si contendono il primato. Non sono impazzita per le città, ma la natura mi ha sopraffatto ed emozionato. Era tutto troppo: il deserto troppo rosso, le onde troppo alte, il cielo troppo nero, le stelle troppo brillanti e i pesci troppo colorati.

Guardando la cartina mi rendo conto che abbiamo girato solo un piccolo pezzettino e io vorrei vederne ancora e ancora, ad esempio mi piacerebbe attraversare il deserto con una jeep, che deve essere un’esperienza incredibile. Lo farò? E chi lo sa. Il mondo è grande, le cose da vedere sono tante e questo è un viaggio impegnativo sotto diversi punti di vista.


Tappe:

Tre giorni a Melbourne
On the road: Great Ocean Road
700Km di nulla
Adelaide
Uluru-Kata Tjuta National Park
Great Barrier Reef e la Rainforest
Sydney


Tre giorni a Melbourne

Arriviamo in Australia, con scalo di tre ore a Dubai, senza (quasi) accorgercene. Eravamo talmente stanchi che abbiamo dormito per buona parte del volo. Melbourne ci ha accolto in una calda serata di aprile e, usciti dall’aeroporto, abbiamo preso un bus per il centro facendo due chiacchiere con un australiano di origini italiane (il primo di una lunghissima serie).

Shrine of Remembrance

In hotel ci siamo trovati un upgrade gratuito, cioccolatini e congratulazioni per le nozze. L’avevo scritto in una nota su booking ma non immaginavo di trovare una stanza del genere.

Yarra River

Qui ho mangiato il tiramisù più buono della storia, che quando lo racconto mi sento un po’ ridicola, ma era meglio di quello della mamma (credo sia ancora offesa). Non ne ho ancora trovato uno all’altezza, la ricerca continua.

Hosier Lane

Per anni Melbourne ha vinto lo scettro di città più vivibile al mondo e non fatico a crederci, c’è tutto: il mare, grandi parchi (ho visto persino un campo da golf pubblico), piste ciclabili, musei, spazi culturali, montagne a due passi, mezzi pubblici, ristoranti e locali. In una città del genere non mi ha stupito vedere un sacco di persone fare sport, avrei voluto dire ai runner “vi piace vincere facile eh, venite a correre in pianura padana, quando c’è la nebbia”.

Melbourne vista da Santa Kilda

On the road: Great Ocean Road

Partiamo la mattina presto, che bisogna uscire dalla città con la guida a sinistra. In un’oretta arriviamo a Torquay ed ehi, ecco la Great Ocean Road, una tra le strade panoramiche più famose al mondo.

La prima tappa è Bells Beach, la spiaggia della Rip Curl Pro Surfing Competition, quella di Point Break, per intenderci. Era nuvolo quella mattina, ma ci sono i surfisti veri, quelli con gli addominali scolpiti e la tavola sotto braccio, mancano i westfalia anni ’70 parcheggiati, al loro posto solo jeep nuovissime.

Bells Beach

Imperdibile la fermata a Kennet River e finalmente vediamo i primi koala. Ce ne sono tantissimi appollaiati sugli alberi a dormire o mangiare eucalipto. Dividono la zona con dei pappagalli coloratissimi.

Kennet River

Dopo la sosta ad Apollo Bay per il pranzo, arriviamo al Cape Otway National Park. Ad affascinarmi più di ogni altra cosa é stato il faro: lassù c’è un vento pazzesco con una vista incredibile della costa. Poi c’è stata anche una super sorpresa: un koala su un albero alla nostra altezza.

Cape Otway Lightstation & Coast

Se finora il giro è stato incredibile, a Port Campbell toglie proprio il fiato.
Scesi i Gibson steps e arrivati sulla spiaggia rossa, con le alte scogliere da una parte, le onde che si infrangevano dall’altra e il sole che tramontava dietro i Twelve Apostles (anche se ne sono rimasti 8), mi sono sentita sopraffatta. Non sono in grado di descrivere a parole quella sensazione mai provata prima, era oltre ogni logica.

Twelve Apostles

Proseguiamo la strada fino a Warnambool che ormai è buio, un buio mai visto. Ci sono spuntati davanti due occhi gialli, immagino un canguro che fortunatamente non abbiamo investito.

Lasciamo i bagagli al motel e ci avventuriamo nella cittadina. Ceniamo in un diner uscito direttamente dagli anni ’70, rumoroso, pieno di gente e con la moquette a terra. Mangiamo bene ma il primo incontro con l’accento locale ci lascia interdetti: non si capisce niente. Rimane il dubbio se sia l’ accento o la troppa stanchezza, la conferma arriva la mattina quando mio marito mi ha sentita rispondere “seven!” alla domanda “bl?”. Significava “table?”, ancora oggi si chiede come abbia fatto.

700Km di nulla

Partiamo subito dopo colazione che ci aspettano 700km di nulla assoluto. Avete presente i film americani dove nel campo rotola la palla di polvere? Ecco. Unica deviazione: il Blue lake. Non è il periodo giusto e di blu non ha nulla, però un caffè ci sta sempre.

Adelaide

Adelaide è una città europea. Lo capisci quando stai entrando in città e vedi che è circondata da colline coltivate ad uva, che qui hanno la cultura del vino. Ne hai la conferma quando passeggi per il centro ed è pieno di locali, quelli che ti ricordano casa. Ad Adelaide le persone fanno un sacco di sport, la spesa al mercato e mangiano salutare. Ed è pieno di ristoranti italiani (Tripadvisor conferma).

Una sera ci siamo trovati nella cucina della nonna: i nonni del ristoratore si erano trasferiti in Australia negli anni ’50, hanno aperto il locale e le ricette non sono mai cambiate. Il proprietario ci ha offerto dolce e limoncello e si è seduto con noi per raccontarci la sua Australia mentre ci riempiva di domande sull’Italia (pare che ad Adelaide passino pochi italiani).

Adelaide

Uluru-Kata Tjuta National Park

Prendiamo un volo Adelaide – Uluru con scalo ad Alice Springs. Ho sempre pensato che l’aeroporto di Alghero fosse piccolo (prima, adesso è cresciuto), ma qui ho rivalutato il concetto di piccolo: per intenderci la stessa persona fa i check-in e da le indicazioni con le bandierine agli aerei, in pista, per partire.

Dopo il check-in in hotel prendiamo la macchina e andiamo all’Ayers Rock. Non importa quante foto uno abbia visto, finché non lo vedi non lo immagini. Uluru cambia, con il passare delle ore variano colori e sfumature. Nessun video e nessuna fotografia potrà mai rendere giustizia a quello spettacolo che è il monolite in mezzo al deserto.

Uluru

In quei tre giorni ci siamo svegliati prestissimo. Abbiamo visto sia Uluru che Kata Tjuta all’alba, al tramonto e anche in altri momenti della giornata. Abbiamo ammirato il cielo nero pieno di stelle brillanti, ci siamo rilassati in piscina nelle ore più calde del pomeriggio combattendo contro le mosche (la retina é la soluzione) e ho mangiato il miglior barramundi delle tre settimane. Si, il pesce più buono l’ho mangiato in mezzo al deserto.

A Kata Tjuta abbiamo camminato nella Valley of the Wind, un percorso di circa 7Km tra le rocce rosse con un vento terribile in alcuni tratti, infatti spesso viene chiuso a causa delle condizioni avverse.

Kata Tjuta

Uluru non lo si può scalare, che per gli aborigeni é sacro e le pareti raccontano la loro storia, un po’ come la nostra Bibbia. Abbiamo seguito il Walk Around Uluru, un percorso di circa 10km intorno al monolite, una mattina presto con nessuno in giro e l’ululare dei dingos non troppo in lontananza.

Uluru

Great Barrier Reef e la Rainforest

Sul volo interno Ayers Rock- Cairns come spuntino ci hanno dato il gelato e, considerando che sulla Quantas si mangia davvero male, è stato molto apprezzato. Atteriamo a Cairns e subito sentiamo la differenza dell’aria, arriviamo dal caldo secco del deserto mentre qui è umido, quasi soffocante.

Quando abbiamo organizzato il viaggio abbiamo pensato di dedicare questi giorni al relax. A pensarci adesso mi viene da ridere. Abbiamo affittato un appartamento a Trinity Beach che é una località turistica meravigliosa ma, come tutto il Queensland, un filo rischiosa: cubomeduse e coccodrilli. Che vedi i cartelli e non fai il bagno proprio tranquillamente, anche se all’interno delle “reti”, praticamente dei recinti in acqua. In compenso abbiamo gli wallabies in giardino (anche i coccodrilli, ma questa é un’altra storia).

Trinity Beach

Great Barrier Reef

Tutte le agenzie viaggio di Cairns offrono pacchetti per giornate in barca sulla barriera corallina. Ne abbiamo scelta una, non dico a caso, ma quasi; l’offerta è molto simile (a meno che non si scelgano robe costosissime): giornata in barca, colazione, pranzo, merenda, due immersioni in punti diversi, giretto sulla barchetta con fondale trasparente.

Siamo partiti la mattina mentre friggevano bacon per la colazione e l’odore, insieme al mare mosso, mi distruggeva. Sono stata meglio solo quando hanno smesso di friggere (nota: io NON soffro il mal di mare).

Durante il brief ci hanno spiegato le cose fondamentali: non toccare niente, tenere la muta che ci sono le cubomeduse, ci sono gli squali ma state tranquilli, sono buoni, solo un tipo é pericoloso. Ok.

Io ho scelto di fare snorkeling e pare sia quella rimasta in acqua più tempo, ero affascinata da quel coloratissimo mondo sottomarino, non ho visto Nemo ma uno squaletto si, ho alzato la testa e nessuno urlava quindi ho deciso non essere il tipo pericoloso.

Great Barrier Reef
Nota: in Australia hanno fatto una super-campagna di sensibilizzazione sui danni del sole, il risultato è che sono tutti (giustamente) fissati con i filtri solari. In barca c'erano giga barattoloni di crema protezione 50+ a disposizione di tutti e i ragazzi dello staff, abbronzatissimi, se la spalmavano in continuazione. Dato che questa cosa l'avevamo già notata, il giorno prima ci siamo comprati anche noi le t shirt protettive. Da quei giorni, devo ammettere, mi é rimasta l'ansia da sole 

Daintree rainforest

Ho fatto le elementari quando ancora le ricerche si facevano con le enciclopedie e ricordo la difficoltà nel trovare informazioni sulla foresta pluviale, che Conoscere e I quindici avevano qualche lacuna sull’argomento. Poi ci sono stata e vorrei tornare dalla maestra Margherita e dirle che adesso sono pronta a fare quella ricerca per bene (ok, anche no).

Dove la foresta incontra la barriera corallina

Attraversiamo il Daintree River (pieno di coccodrilli, ma dai?) con la chiatta e proseguiamo nella foresta fino a raggiungere una gelateria. La Daintree Ice Cream Company é una piccola gelateria immersa in un frutteto, fanno 4 gusti al giorno e non potevamo non fermarci, sono pur sempre figlia di una gelataia; qui scopriamo il Durian, un frutto che puzza un sacco ma pare sia buonissimo, se riesci ad avvicinarti.

Daintree Ice Cream Company

Proseguiamo fino a Cape Tribulation, una spiaggia magnifica quanto selvaggia, considerata tra le più pericolose al mondo, ma questo l’abbiamo scoperto dopo.

Cape Tribulation

Le tappe successive sono altre due spiagge tanto belle quanto piene di coccodrilli, ma ormai non ci facciamo più caso: Thornton Beach e Cow Bay. Ci fermiamo a pranzo in un luogo di dubbia qualità in mezzo alla foresta dove sospetto che il pesce del mio fish & chips fosse coccodrillo, vista l’abbondanza…

Thornton Beach
Cow Bay

Terminiamo con il Jindalba Boardwalk, una passeggiata in mezzo alla foresta dove un sistema di passerelle in legno permette di camminare nella vegetazione fitta.

Jindalba Boardwalk

Abbiamo anche avvistato un casuario, un uccello simile allo struzzo, completamente incapace di volare.

Il casuario

Kuranda

Altro giorno altra rainforest, stavolta direzione Kuranda. Voi come ve lo immaginate un villaggio in mezzo alla foresta? Il Kuranda village è un villaggio hippy e sono ancora perplessa.

Kuranda

E poi ci sono i posti dannatamente scenografici, anche sotto la tipica pioggia tropicale.

Barron Falls

Sydney

Sydney è la città più popolosa d’Australia con una densità di circa 1.237 abitanti per Km2, che scendono a 407 se includiamo i parchi, Milano ne conta circa 2.783, più del doppio, per intenderci. Eppure, dopo giorni di vuoti, entrare in una città é quasi destabilizzante.

Come Melbourne ha un grado di vivibilità altissimo, come altissimo pare sia il costo della vita. Se a Melbourne cuochi e camerieri son tutti greci, qui son tutti italiani. Non scherzo, per trovare un ristorante senza un italiano ti devi proprio impegnare.

Sydney non è la mia città preferita nel mondo, l’ho detto subito che le città non mi hanno fatta impazzire, ma ha dei luoghi iconici dove non si può non fare un salto, come l’Opera House o Bondi Beach. Penso che la sua baia sia tra le più belle del pianeta e ci vivrei tranquillamente

Central Business District
Sydney Opera House
Harbour Bridge
Bondi Beach

E’ ora di ripartire, il treno per l’aeroporto si ferma per non si sa quale motivo. Cominciamo a preoccuparci ma dopo una buona mezz’ora chi è diretto all’aeroporto viene fatto scendere e salire su un treno arrivato al binario di fianco. Al check-in, prima di noi, c’è una famiglia con dei problemi ai bagagli. Quando finalmente arriviamo all’aereo metà passeggeri sono già imbarcati, ma ce l’abbiamo fatta, nonostante tutto.

Si torna a casa.

È la casa della più grande cosa vivente esistente sulla terra, la Grande Barriera Corallina, e del più famoso e stupefacente monolito, l’Ayers Rock (o Uluru per usare quello che è oggi il suo nome ufficiale, rispettoso della tradizione aborigena). Un posto dove si trovano più creature letali che in qualunque altra parte del mondo. I dieci serpenti più velenosi del mondo sono tutti australiani. Cinque delle sue creature – ragno dei cunicoli, medusa a scatola, blue-ringed octcpus, zecca ixodet bolocydus, pesce pietra – sono le più letali del loro tipo nel mondo. Questo è un paese dove anche il più tenero dei bruchi può stendervi con un pizzico tossico, dove le conchiglie non solo vi pungeranno ma talvolta vi punteranno. Raccogliete un innocuo cono su una spiaggia del Queensland, seguendo l’impulso che in genere sentono anche i turisti innocenti, e scoprirete che il piccolino che ci abita non è soltanto sorprendentemente lesto e irritabile, ma insolitamente velenoso. Se non siete stati punti o infilzati a morte in qualche maniera inattesa, potreste sempre finire fatalmente masticati da squali o coccodrilli, o trascinati controvoglia in mare aperto da correnti irresistibili, o lasciati a barcollare verso una morte infelice nel rorido entroterra. È un posto duro.

Bill Bryson – In un paese bruciato dal sole

Fat-bike in Val Ferret

Quando una delle mie più care amiche ha deciso di sposarsi ha aggiunto “per l’addio al nubilato vorrei andare in montagna, non importa dove, ma in montagna”.

Ho sempre detto che la località sciistica perfetta è Madonna di Campiglio e ne sono ancora convinta, c’è tutto: belle piste, sentieri per le ciaspole, percorsi da fondo, ristoranti e locali. Che non è mica scontato, in montagna. Ma non potevo portarla lì, che ci siamo state per il mio, di addio al nubilato.

Un’altra località di montagna dove puoi trovare discoteche e gente in giro, anche alle due del mattino, è sicuramente Courmayeur. Il plus é che ci sono le terme a 5 minuti.

Sciare sarebbe stato facile ma eravamo in 7 e solo due sciatrici (io e la sposa, appunto). Prima ho pensato allo sci di fondo, ma poi ho scoperto che si può anche andare in bicicletta, con le fat bike: mountain bike con le ruote larghe, specifiche per la neve, o la sabbia.

Se da Courmayeur per arrivare sulle piste devi prendere la funivia, per Plapincieux serve la navetta e un quarto d’ora di tempo, che è solo qualche tornante più su.

Ai piedi del Monte Bianco, la Val Ferret ci ha regalato un paesaggio invernale, anche in quest inverno dove la neve non ha alcuna intenzione di cadere. Ci sono un paio di bar e ristoranti, dove abbiamo mangiato ottimi panini con toma e mocetta, sentieri, piste per lo sci di fondo, pedonali e le fat bike che il Signor Caramello vi affitta con piacere.

Noi abbiamo preso la strada pedonale lungo la Dora di Ferret per 5km fino a Lavachey  e siamo tornati indietro, che la bicicletta è bella ma per qualcuno un po’ troppo faticosa.

Pedalare sulla neve è divertente. Facile quando il tratto è ben battuto, un po’ più complicato se la neve è più morbida. Sicuramente più faticoso che su strada ma assolutamente fattibile e alla portata di (quasi) tutti.

Ho provato ad accendere il gps del mio telefono per la traccia, ma è più un tipo da estate e soffre il freddo, sulla neve si spegne, quindi niente.

* la sposa, alle altre sue amiche, ha semplicemente detto “chiedete a Elena dove andare”. La destinazione le è piaciuta un sacco, forse più di MDC (cit.) e si è divertita, quindi direi obiettivo raggiunto.